Posts Tagged ‘Sara 6’

Brrr.

Sunday, September 5th, 2010
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Riedo dalla Sardegna e ancora non so se ieri sera in quel dei Made Up Eyes Studios di Cadriano sia stata aggiunta l’interessante voce del talentuoso Giulio alla base di “Feeling Blue” da me operosamente preparata due settimane orsono. E, a dirla tutta, ho un po’ di paura ad interessarmi alla vicenda, anche perché la cosa suona così tanto di “contentino al sottoscritto” in uno scenario sempre più triste e deprimente che quasi quasi preferisco vivere nella più totale ignoranza nei riguardi di ciò che la mia oramai ex Socia sta facendo.

Anche perché se quello che accade a Cadriano è triste, chissà come deve essere quello che accade a Forlì. Brrr.

Una Vera Goduria

Sunday, August 22nd, 2010
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Era da questa primavera che non tiravo fuori la mia Roland, non accendevo il G5, la scheda audio e l’ampli e non tornavo al mio vecchio lavoro. E’ stata un’eternità e, se posso dirlo, una sofferenza totale. Ecco quindi che, dovendo reincidere daccapo “Feeling Blue” quattro semitoni sotto per preparare la nuova base che – con la parte vocale di Giulio da incidere prossimamente ai Made Up Eyes Studios sotto la supervisione di una delle due coautrici del brano (l’altra è Midori, non dimentichiamolo mai), mi sono messo bel bello al lavoro e, pur avendo pochissimo tempo, ho completato il mio lavoricchio godendo e divertendomi come un matto.

E no, rispondo ai maligni, non ho usato la funzione “split” della tastiera per suonare nella nuova tonalità. L’armonia originale è mia, ve la posso suonare in qualunque tonalità, tsé. La necessità di reincidere tutta la parte strumentale è nata dal fatto che la versione “abbassata” dal file di Reason era piuttosto lugubre; ergo, nuovi rivolti per la parte di piano e il puro divertimento nel reincidere la parte del basso, che nell’originale era elegantissima, qui è addirittura lussuriosa. Poco c’è stato da cambiare nelle parti degli archi, ed infine non mi sono proprio potuto esimere dall’aggiungere al brano un finale pseudo oceanico con una sagacissima sequenza discendente (di quelle che oramai sono rimasto solo io ad ideare, sigh) giocante su una serie di “Oh-oh, oh!” di S da me bellamente messa in loop) che ho perfino provato ad arricchire con parti di chitarra: a quel punto Nuendo è andato in crash, messaggio ricevuto, bonalé, va bene così.

Ora mi sto ascoltando il brano, giunto quindi alla versione 4.2.1 (hm, qui e lì gracchia un po’, cosa che un tempo non avrei mai lasciato che capitasse, ma lo ripeto: non-avevo-tempo!) e – oltre ad abituarmi pian piano a sentire “Feeling Blue” in un’insolita tonalità – sì, lo ammetto, sto godendo esageratamente.

Ritorno All’Antico

Thursday, August 5th, 2010
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O forse all’antichissimo?

Mentre da un lato la buona S tenta di rivendicare il lavoro di dieci anni (dieci? sì) prendendo sotto la propria ala il giovanissimo G (vero talento cristallino, e proprio per questo anche troppo facilmente bruciabile, e lo dico facendo scongiuri sonanti) affidandogli la nostra (mia, sua e di Midori – non dimentichiamoci di Midori, che nel suo vivido entusiasmo – roba rara oggidì – si è innamorata di “Cercando” e vuole farne un capolavorino della letteratura anglosassone) “Feeling Blue” portata quattro semitoni sotto – per il qual motivo mi accingo a reincidere la base quasi daccapo -, da un altro cantone si risveglia dopo anni (nove? sì) di torpore la Coppia Gambino – Grassigli con un nuovo progettino mica male: già il primo brano è al 100% in the works, col titolo “Nobody’s Doll“, un gioiellino (”fresco”, come un buffo personaggio finito nel nulla lo avrebbe definito) nel più puro Alby – style, a cui io ho fornito un testo infarcito di un po’ di tutto. Come sempre, chi vivrà vedrà, le aspettative sono quello che sono ma il pensiero di ritornare a fare musica nel precipuo scopo di “fare qualcosa di intrinsecamente bello” mi sconfinfera, m’aggrada, mi garba e suscita in me un sorriso da orecchio a orecchio. Cosa che invece l’idea di macinare musica per Qualcuno che neanche si ricorda più quali fossero i progetti originali non mi provoca minimamente. E ho già detto anche troppo.

L’Incazzo

Saturday, July 24th, 2010
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Sto ascoltando la radio piuttosto spesso, in questi giorni, e devo ammettere che il materiale che va in onda non è per nulla malvagio. Sì, certo, roba orecchiabile, commercially appealing, strizzante l’occhio – sia nelle melodie che nelle armonie che negli arrangiamenti – al popolino bue che si beve di tutto (ma neanche poi tanto, sapete?), ma in un certo qual modo ben fatta e ben strutturata, spesso anche di buona qualità.

Il fatto è che ogni singolo pezzo che ascolto in radio contiene qualcosa che io e S abbiamo già fatto dal 2002 a oggi. Il che valga a dire, mi punge vaghezza che io e la mia Proba Socia avessimo una miniera d’oro che nessuno ha né voluto né saputo né potuto sfruttare ed il risultato è che oggi ci stanno superando tutti. Cani, porci e anche animali più nobili, perbacco. Ho il sacro terrore che, producendo almeno due CD di qualità eccelsa (ossia, col meglio del nostro repertorio e prodotto da Chi Di Dovere, che non è proprio l’ultimo arrivato nel suo campo), che so, uno del 2004 e uno nel 2008 avremmo avuto l’opportunità, la chance (oh?) di attirare l’attenzione se non altro di quella fors’anche vasta fetta di pubblico che ha voglia di ascoltare musica fatta in una certa maniera e non dico fare furore o faville o lapilli, ma almeno provarci. E sarebbe stato qualcosa (per lo meno nella fase della realizzazione) a costo quasi zero, avevamo anche a disposizione ottimi musicisti (e ottime persone al tempo stesso) come Manfredi, Bedo, Alberto, Fabio, Paolo, Andrea, Bez che avrebbero seguito con grande entusiasmo – ed anche una certa umiltà, dote rara – la nostra piccola avventura. Che ora come ora (ossia in gravissimo ritardo), ci farebbe passare per due che copiano la roba che è uscita negli ultimi mesi.

Ad ogni modo non è successo, non siamo stati ritenuti degni. Passi che non sia stato ritenuto degno io, ma S? Chi le restituisce questi otto anni di pane, cipolle e Pro Tools?

Conclusione: devo smetterla di ascoltare musica. Mi viene un incazzo che ci mette settimane e settimane a passare. E presto aumenterà, anche perché prima o poi verrà fuori quel famoso progetto dal quale siamo stati bellamente esclusi. E non sarà consolante essere dalla parte del giusto, anzi: è cosa che fa accrescere l’incazzo a livelli perfino più epici. Quel giorno, la portata di quella che somiglia sempre di più ad una colossale presa per il culo sarà talmente palese da rasentare l’ovvio.

HhMmPpFf

Monday, July 5th, 2010
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Penso che vi siate accorti che su questo blog non viene più pubblicato nulla, così come il sito non viene aggiornato da un bel pezzo, tutt’al più il podcast e qualche altro mio sparuto blog continuano ad esistere, ma ahimé, non grazie a nuove idee, nuovi progetti, nuove composizioni. Il fatto è, questo blog per anni e anni (tanti!) ha parlato di musica. Musica vera, musica viva. Buona e meno buona, orrenda e ottima; la nostra musica. Che, finché qualcuno ci ha creduto, è rimasta vivissima e vitale. Ma ora mancano gli stimoli, manca il vigore, manca la forza, mancano i perché.

In queste settimane ho lavorato, lavorato, lavorato, di quando in quando riuscendo a mettere sullo stereo della Dacia, tornando a casa, un ciddì di roba nostra giusto per il gusto di riascoltare il lavoro di quasi otto anni. Un lavoro che trovo ancora epico e bellissimo, e che evidentemente qualcuno ha deciso che non lo fosse per niente.

Ora dovrei chiamare la mia Socia per sapere se da Est ci sono novità. Ma a che pro, visto che le novità le conosco meglio di lei? Per noi all’orizzonte non c’è più nulla, tanto vale farsene una ragione e amen. E ancora mi chiedo: chi cazz’è ’sta Veronica?

Errata Coccige

Monday, June 7th, 2010
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Non dell’insulsissima “Noche” del 2008 si parlava, come da me erroneamente indicato alcuni giorni fa, bensì della versione ispanica (parolata da Chi Di Dovere) della ben più gloriosa “Set Me Free“, brano mio e di S che ebbe perfino un’italica versione col titolo “Vivi E Lascia Vivere Me“. Ecco, quest’ultimo è il brano da cui dovrebbero iniziare i seri lavori per il famigerato Progetto F, che oramai langue da tempo immemore. Tanto vi dovevo.

Dice la mia Socia:

Sunday, May 30th, 2010
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Troviamoci presto a scrivere un pezzo per F. Serve un pezzo tipo “Noche“, una cosa così.

Oh, bene. “Noche”, lo dico per i non introdotti, è la roba più brutta, pallosa e deludente che io e S abbiamo scritto dal 2002 in qua, tanto brutta che mi sono sempre rifiutato di ascoltarla, una roba insulsa e banale in uno stile a metà tra il Latin di certe basi da piano bar e certi orrori di certe compilation della Irma. Il che vuol dire, serve una schifezza. Sapevo che prima o poi ci saremmo arrivati.

Bla.

Saturday, May 22nd, 2010
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E con la solita sagacia e pertinacia, bla bla bla, i due Favolosi Autori bla bla bla, nuovo brano bla bla, molto melodico ma con venature bla bla bla, dal signifiicativo titolo “Happy Death” bla bla bla, siamo ancora vivi bla bla bla, ci crediamo ancora bla bla bla. E intanto, a Est la mia Socia non viene ricevuta da più di un mese. Siete autorizzati a fare due più due.

45) Il Buio E La Sua Luce

Sunday, May 16th, 2010
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Uno dei migliori brani di S, “Vexation And Solution“, da lei composto l’anno precedente in perfetta solitudine, pareva languire in un limbo, senza che si capisse se fosse stato ufficialmente scelto per il suo album. In un afflato italofono fino a quel momento senza precedenti (l’album avrebbe dovuto essere in Inglese, e addirittura uscire prima all’estero e poi in Italia, quest’ultima considerata – da Chi Di Dovere – oramai “la merda mondiale“, discograficamente parlando), S decise in quell’Estate 2004 di farne una versione in Italiano (il testo Inglese era totalmente di S, con qualche aiuto, ahinoi, dell’Amico di Tutti), e chiese al sottoscritto di darle una mano. Visto quel che diceva Chi Di Dovere del mercato discografico Italiano, ma anche conscio del fatto che il brano, di ottima fattura, fosse fruibile da altri artisti (psst, volete ridere? Si parlò perfino di Laura Pausini!), accettai, e nacque un testo infarcito di immagini tetre, immaginifiche, qua e là dantesche, ed il bizzarro titolo, devo ammetterlo, fu idea mia. S avrebbe voluto fare una trasposizione dell’originale testo in Italiano, ma io cercai di diversificarlo poetizzandolo quanto più possibile.

Il Buio E La Sua Luce“, previo invio della base preparata tempo prima dall’Arranger (qui in una delle sue ultime apparizioni), fu quindi dotata di un’impressionante traccia vocale di S: l’effetto è potente, oceanico, dirompente, ma bisogna ammettere che in un brano simile la lingua Italiana tende ad uccidere la melodia, e difatti di questa versione italica nessuno ebbe mai più voglia di parlare. Peccato poi che pure di quella Inglese si siano perse le tracce. Un altro gioiello nel rusco, vai così.

“Some People”

Sunday, May 9th, 2010
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Nuovo brano per la Poco Premiata Coppia di Autori: non male tutto sommato, ma la stanchezza si fa sentire. La stanchezza e l’età. E non è che le notizie da Est siano così rosee. Anzi, tendono parecchio al marron. Ad ogni modo, “Some People” è un brano piuttosto scorrevole ed etiam diu piacevole all’ascolto, con un bridge che sembra un ritornello e un ritornello che sembra un bridge (tanto per mantenere la nostra fama di creatori di stranezze), un arrangiamento semplice semplice e qualche poderoso coretto occhipintesco a sottolineare i punti salienti. Zan, zan, in un’ora e mezza missione compiuta. Ma quale missione? Cristo, non ricordo più.

44) “Ego Bis”

Friday, May 7th, 2010
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Eppure ce la stavamo mettendo tutta, e da “Every Day” in poi non stavamo sbagliando un colpo: brani di buona fattura, piacevoli all’ascolto, interessanti, originali, bizzarri. Siccome non potevo permettermi di dare la colpa a nessun altro (era impensabile che non ci fosse una seria intenzione di lavorare al secondo CD solista della mia Socia!), pensai seriamente che fosse colpa nostra.

Non stavamo scrivendo brani di qualità sufficiente. Probabilmente sì – e questo era quello che ci dicevano tutti -, stavamo scrivendo cose migliori di parte del materiale che radio e tv propinavano al pubblico, ma forse potevamo – e dovevamo – fare di più. Di più e meglio. Spremerci come limoni. Io lo feci, e la mia Proba Socia anche. Arrivammo entrambi a superare le dodici ore al giorno attaccati al computer. Dei due, il vero recluso e stakanovista ero io, perché ai tempi stavano ancora imperversando l’Uomo Orrendo e la famigerata Regista a far perdere tempo prezioso a S con le loro cazzate. Pensai però che brani sempre migliori potessero addirittura non bastare: probabilmente a Chi Di Dovere sembravamo ancora due cazzoni di qualche talento che giochicchiavano a fare il duo di autori: iniziai quindi la mia – fallimentare – campagna contro il fake english, contro i brani non adeguatamente arrangiati e contro l’abbondanza di brani ammanniti tutti in una volta a Chi Di Dovere:

1. il fake english era carino, ma da un lato ero stufo dei soliti aidonbilivit e aigannauei: brani bellissimi ma in finto inglese erano  oggettivamente d’una tristezza incredibile. Inoltre, seppur io e S fossimo due musicisti di discreta inventiva, come autori di testi eravamo ancora molto, molto indietro. Riuscii quindi a convincere a S a dotare di un testo tutti i nostri migliori brani, prima ancora di sottoporli all’esame di Chi Di Dovere. Fino ad allora, avevamo dato un testo ai soli brani che lui aveva scelto per il disco di S (e per certi brani scrivemmo un numero esorbitante di testi prima di ricevere il definitivo pollice alzato), e col tempo riusciva sempre più difficile sia a S che a me capire se Chi Di Dovere ritenesse un certo brano papabile o no. D’ora in poi, ci ripromettemmo, se un pezzo è valido gli si scrive un testo SUBITO.

2. insistetti moltissimo, fino al limite del litigio, per smetterla di portare a Chi Di Dovere brani arrangiati male, con tracce vocali infarcite fino all’inverosimile di fastidiosissimi riverberi, senza uno straccio di parte di basso, con armonie non sufficientemente sviluppate. Che voi ci crediate o no, S aveva portato a Chi Di Dovere incisioni a dir poco indecenti, inascoltabili, col presupposto che “lui avrebbe apprezzato un pezzo anche cantato a rutti e suonato con una chitarra senza una corda”. Sarà stato anche vero, ma noi dovevamo dimostrare di avere una completa padronanza dei nostri mezzi, di saperci fare, di non essere due coglioncetti qualsiasi: un brano ben arrangiato avrebbe potuto colpirlo fin da subito. S non fu per nulla d’accordo.

3. S non scriveva solo con me. Scriveva molto, moltissimo anche da sola: quando si recava a Forlì a far ascoltare materiale, quindi, andava da Chi Di Dovere con dieci, dodici brani alla volta: troppi, un vero e proprio pastone di pezzi buoni e meno buoni, arrangiati bene, benino e malissimo, fatto di brani miei, suoi, nostri, con l’aggiunta di brani scritti con la Regista per l’improbabile progetto a cui lei e S stavano lavorando. L’attenzione di Chi Di Dovere rischiava di andarsene a ramengo all’ascolto del terzo brano, e questo era pericolosissimo. Inoltre, io tenevo sopra a ogni altra cosa che il “nostro” repertorio fosse tenuto distinto da tutto il resto. Le chiesi quindi esplicitamente di limitare i CD che portava a Forlì a quattro o cinque pezzi alla volta, i migliori, eseguiti ed arrangiati decentemente, se possibile già dotati di un testo. Le chiesi inoltre, siccome andava a Forlì due – tre volte alla settimana, di “suddividere” gli ascolti: una volta i pezzi nostri, una volta i pezzi suoi, una volta i pezzi scritti con altri. Non mi ascoltò, continuando imperterrita ad andarsene a Forlì a propinare a Chi Di Dovere anche sessanta minuti di musica alla volta: la buona frammista alla meno buona mischiata alla per niente buona. Un calderone di roba difficilmente digeribile da chiunque.

Intanto bisognava continuare a produrre, e come mi ero promesso di fare, portai a S un vecchio testo rifiutato da Chi Di Dovere, quello di “Ego” risalente all’Autunno 2002 e contenente la magica parola “mawkishness“. E quel giorno della Primavera 2004, nacque “Ego Bis“, pezzillo intrigante piuttosto semplice e lineare e così esplicitamente 70’s e, dietro richiesta della stessa S, con un arrangiamento pulito, quasi ridotto all’osso (e da me mantenuto tale negli anni) e, ovviamente, qualche piccola, piccolissima sorpresa qua e là (incluso un bizzarrissimo middle eight che, sì, se lo conti in quattro è di otto battute, ma in realtà ne contiene da 6/4!). Il risultato non piacque gran che al sottoscritto (mentre la mia Socia ne fu invece entusiasta), perché, come scrissi all’epoca, “ho cercato di non appesantire il pezzo con i miei soliti accordini jazzy, e mi sono attenuto alle richieste di S, ma come brava gente mi ha confermato, la nuova “Ego” non ha sufficiente tiro, perché è un ibrido tra ciò che vorrei fare e ciò che altri vorrebbero che facessi.“, ma ero comunque soddisfatto perché eravamo riusciti a dare nuova vita al mio vecchio testo, che altrimenti se ne sarebbe rimasto in un cassetto. E poi hey, il brano piacque a Chi Di Dovere, che però – ahi – ci chiese di riscrivere una minuscola porzione del ritornello, quella parte in cui la melodia “scende”, un’inezia da neanche quattro battute.

Ci ritrovammo quindi io e la Proba Socia a cambiare quelle quattro battute, e riproponemmo il brano a Chi Di Dovere, che lo affidò all’Arranger, con mia grande sorpresa. Non mi aspettavo infatti che “Ego Bis” avesse le qualità per entrare nella playlist dell’album di S, anzi io stesso lo consideravo molto meno valido di tante altre cose che avevamo fatto da due anni a quella parte. Probabilmente anche l’Arranger lo pensava, perché produsse una delle robe più deprimenti del mondo (mai come il lavoro veramente inascoltabile che fece per “Hot Dog“, ma la direzione era quella), che contribuì al successivo oblio di “Ego Bis”, che rimase nel limbo fino al 2007, quando fu momentaneamente inserita, col provvisorio titolo di “Superstar”, nell’elenco dei brani del “Progetto C“, ed addirittura fu inserita nell’ascolto ufficiale per gli artisti coinvolti nel progetto stesso (Zodiac compresi).

Ora, io non ricordo se “Ego Bis” faccia ancora parte del Progetto C – che stenta non solo a partire, ma anche a sopravvivere nelle intenzioni di chi lo ha fatto partire. E non penso che la cosa abbia più neanche tutta questa importanza.

43) Angel In Red And White

Thursday, May 6th, 2010
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Originariamente scritto da S assieme ad Andrea Bettelli (chitarrista della fu Sara 6 Acoustic Family) ed ancora senza uno straccio di titolo, questo brano dalle venature “quasi Country” aveva grosse potenzialità, e fu così che io e S in una calda giornata di quella Primavera – Estate 2004 ne scrivemmo il testo assieme, partendo da alcune bizzarre ma piuttosto poetiche idee ispirate al suo idolo Jeff Buckley, che lei curiosamente volle definire nel titolo “angelo in bianco e rosso“. Scrivemmo quindi uno dei nostri testi migliori, trovandoci in disaccordo solo su quella frase, che lei volle fosse “angel in white and red” (e così lei cantò quella frase), mentre io sostenevo che dovesse essere “in red and white“. Avevo ragione io.

Angel In Red And White” piacque a Chi Di Dovere, che parve inserirlo nell’elenco dei papabili per il disco di S, ma fu presto messo nel dimenticatoio. Non da me, che nonostante fossi solo coautore del testo, continuai a ritenerlo un piccolo gioiello da rivalutare: cosa che feci anni dopo, nei primi mesi del 2008:

così com’era nella versione di quei tempi, a metà tra Pop, Rock e Country, il brano era piacevole e fresco, ma personalmente mi lasciava un po’ d’amaro in bocca perché non decollava come avrebbe potuto. In queste settimane, quindi, l’ho ripreso in mano, l’ho risuonato daccapo – e non biasimatemi per l’attuale assenza per la pur valida parte di chitarra dell’ottimo Andrea Bettelli: se la sua chitarra non c’è più è solo perché i relativi aiff sono andati persi in un drammatico hard disk crash – e ho deciso di percorrere strade per me nuovissime, partendo dalla considerazione che talora per far volare un brano senz’ali bisogna dotarlo di elementi ad esso totalmente estranei. Così ho fatto, in una maniera che non posso qui descrivere (perché so che mi copiereste l’idea, brutti macachi) ma che posso definire vivamente ed elegantemente oltraggiosa.

E lo fu. Cambiai tutti gli accordi del brano, facendolo viramente così paurosamente verso l’Hip Hop che, lì dove avevo previsto un assolo di qualcosa, mi misi a sperimentare con una vasta serie di files trovati sul web: tra questi, un rap a cappella di uno dei più grossi miti di quel genere, Tupac “2Pac” Shakur. Di per sé non c’entrava nulla con un brano su Jeff Buckley, né con un testo che parlava di un angelo custode un po’ maledetto (vero è che anche Tupac era morto giovane), ma musicalmente, stilisticamente, ci stava da Dio. Divenni matto a mettere tutto a tempo, ma il risultato fu davvero ragguardevole, una delle cose migliori che io abbia mai fatto in vita mia.

Ovviamente, la cosa non poteva avere alcun seguito commerciale: chiunque avesse voluto pubblicare “Angel In Red And White” in quella veste avrebbe dovuto pagare palanche sonanti agli eredi di Tupac; nulla però ci avrebbe vietato di scrivere una parte “rappata” nuova noventa da far eseguire a qualcun altro (devo ammettere che mi balenò pure l’idea di suggerire uno che con Chi Di Dovere aveva lavorato per quindici anni, ma sarei stato mandato a fanculo alla velocità della luce, ergo evitai).

La nuova versione del brano piacque così tanto a S che la fece riascoltare a Chi Di Dovere, caldeggiandone la pubblicazione. Del suo disco, però, a quei tempi (2008), non si parlava proprio più; il progetto “C” non contemplava nulla del genere; artisti a cui dare un brano simile non ce ne erano; S, dicendo “ma sì, chi se ne sbatte”, decise di metterlo su come “sigla finale” dopo il nostro bellissimo live con i Light Zodiac alla manifestazione ArgoJazz a Marina di Pisticci dell’Agosto 2008: un sacco di gente venne a chiederci “Hey, che bello questo pezzo. Di chi è?

Soddisfazione minima, ma enorme.

Grosse furono le mie perplessità quando S, al ritorno da ArgoJazz (anzi, al ritorno degli Zodiac dalla minitournée con Antonino Spadaccino) mi chiese di fornirle la base di “Angel In Red And White” perché aveva scritto assieme ad Alberto Linari un testo in Italiano (”Voglio Un Angelo“) per sottoporre il brano a Non Si Sa Più Quale Manifestazione, in un colpo solo quindi azzerando i miei già pochi ventiquattresimi SIAE e uccidendo quella che era stata l’idea migliore, ossia la parte “rappata”, che nella versione italiana del brano fu segata via del tutto.

Nonostante la mia contrarietà e l’ovvia delusione, per correttezza fornii a S la base di “Angel In Red And White” e nell’Autunno successivo curai anche la partitura del brano per il deposito alla SIAE.

Ovviamente, “Voglio Un Angelo” non fu presentata a nessuna manifestazione (trattavasi dell’ennesima bufala) e, come “Angel In Red And White”, è e rimarrà totalmente inedita. Non nascosi la mia amarezza nel vedere il mio lavoro totalmente ignorato dall’unica persona che mai si era sognata di fare nulla di simile in sei anni, ma avevo già capito come aria tirava. Va da sé che nelle mie preziosissime cartelle contenenti il nostro immenso repertorio, “Angel In Red And White” c’è, “Voglio Un Angelo” no.

42) Together

Tuesday, May 4th, 2010
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Io e S continuammo a scrivere, in quella Primavera 2004, e in molti insistevano a chiedermi quando sarebbe uscito il disco della mia Socia. Non sapevo che dire, sul serio, se non che bisognava aspettare che fosse completato un altro progetto discografico, quello riguardante il primo disco Pop di un famosissimo Artista Modenese. S mi rassicurò: “Vedrai: finito quello, Chi Di Dovere si dedicherà anima e corpo al mio disco“.

Potevo io dubitare delle sue parole?

Eppure, un altro progetto era all’orizzonte: Torino 2006. Chi Di Dovere era stato ufficialmente ingaggiato per curarne tutta la parte musicale. A quei tempi, non capii se S gli avesse offerto i suoi e nostri servigi (ossia, la nostra collaborazione) o se invece fosse stato lo stesso Chi Di Dovere a chiederci di dargli una mano. Oggi posso tranquillamente supporre che con tutta probabilità S abbia chiesto: possiamo provare io e Beppe a scrivere qualcosa? La risposta fu quasi certamente “Ma sì, perché no?”

Quel che non si saprà mai è perché scrivemmo un brano alla “We Are The World”, ossia strutturato per essere cantato da più artisti e con un ritornello che fosse orecchiabile e ripetitivo. Una cosa così sembrava più degna di una manifestazione modenese che allora si teneva tutti gli anni e alla quale Chi Di Dovere sovrintendeva, ma poco mi importò, era pur sempre qualcosa di nuovo per noi, e soprattutto portato a termine avendo in mente qualcosa di più preciso del solito “scrivete“.

L’idea originale di S era semplice, semplicissima. Non era quella la sede per darsi alle stranezze armoniche e melodiche tipiche del nostro repertorio. Certo, ci stufammo subito delle “soluzioni semplici”, e pur mantenendoci su un binario fatto di accordi “normali” su una struttura a Pop lento / moderato, inserimmo nel brano qualche piccola sorpresa, come ad esempio un giro di TRE battute nel ritornello (anziché le classiche quattro), un middle eight lievemente arduo ma funzionale al (forse banale ma in quel caso doveroso) cambio di tonalità. Riuscimmo dopo tutto a non essere troppo banali, e “Together“, all’ascolto, suonò – e suona ancor oggi – come un brano senza grossa infamia e senza grossa lode, totalmente diverso dai soliti “noi” ma abbastanza funzionale allo scopo. A Chi Di Dovere, “Together” (che non ebbi tempo di riarrangiare in maniera consona, vista la fretta che ebbe S di portarglielo – ed hey, a Torino 2006 in definitiva mancava più di un anno e mezzo!) piacque solo moderatamente: lo considerava ancora “troppo complicato”, ma non ci disse come modificarlo. Non ci importò più di tanto, convinti come eravamo che potevamo fare di meglio, pronti a scrivere altri dieci pezzi per lo stesso scopo. Chi Di Dovere però, ci stoppò: “Lasciate perdere Torino 2006, continuate a scrivere per il disco“. Il che mi fece pensare che quest’ultimo fosse cosa certa. Bisognava solo avere pazienza: non si sa se per volere di Chi Di Dovere o se da un’idea di S, una delle tante cose che furono dette in quei giorni fu che dovevamo già cominciare a cercare musicisti per il nostro progetto musicale. Proprio ora che non avevamo più uno straccio di band! Non male, eh?

Di Torino 2006 si riparlò ufficialmente nel Gennaio 2005, e di “Together”, brano “minore” del nostro immenso repertorio, che comunque ripresi in mano nei giorni successivi per sondare le possibiltà di migliorarlo, non si parlò mai più. Peccato, perché nonostante lo stile volutamente “piacione” (nel relativo post lo definii “nazional – popolare”, ed anzi chiarii che, se fosse stato per me, un pezzo come quello non sarebbe mai nato), conteneva alcuni guizzi di pseudo – genio piuttosto interessanti.

41) Marian

Sunday, May 2nd, 2010
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L’unico modo che avevamo per far capire a Chi Di Dovere che facevamo maledettamente sul serio e che la mia Socia meritava assolutamente che il suo album uscisse consacrandola per quello che è (un vero e proprio genio dal talento smisurato) era subissarlo di musica. Ma non pezzilli del cavolo. Brani intensi, intriganti, originali, magari anche pazzoidi / anarcoidi, a cui non potesse dire no.

Iniziai quindi a scartare le idee – mie o di S – che non mi convincevano, e in un paio di casi sbagliai, perché poi S in perfetta solitudine prese le proprie idee che io avevo scartato e lavorandoci sopra ne fece pezzi ragguardevoli, come “My First Gray Hair” e “I Asked A Thief“. Ma era importante che badassimo alla qualità di quello che producevamo.

Un’altra interessante tecnica di scrivere era quello di prendere un testo già esistente, di cui non conoscessimo la melodia, e scriverci sopra una melodia nostra, per poi ovviamente riscriverci successivamente un testo definitivo, tecnica che avevo adottato io stesso per brani miei quali “Living For Nothing Part 2” e “Cool And Sweet“. In quella Primavera 2004 la usammo per scrivere “Marian“.

Io alla tastiera e S al microfono, ci mettemmo ad inventarci qualcosa su un testo di un autore a noi totalmente sconosciuto e ne nacque un brano particolare, dai tratti misteriosi, quasi inquietanti, tutto incentrato su un uso massiccio degli archi, con scarsissimo uso del piano ed un basso quasi impercettibile, più qualche synth a far capolino qua e là. Il resto, la solita valentia della voce di S, che interpretava quel testo che neanche capivamo cosa significasse (e non ci importava per niente, peraltro). Il risultato ci soddisfece grandemente, ecco un altro brano che meritava attenzione. E – cosa inedita – era già a posto così, non c’era bisogno di riarrangiarlo. Pop minimalista, con sfumature progressive, e quel che di indefinibile dato dalla mia scelta di alternare maggiore e minore (e sì, anche con l’aggiunta delle triadi di “Hot Dog“).

Chi Di Dovere non lo disdegnò, ma lo tenne per “riserva” (l’Arranger infatti stava lavorando su altri brani in quel periodo), e noi passammo a scrivere altro – anche perché nel frattempo, sfumata l’ipotesi Mietta, si parlò di Torino 2006, per la quale scrivemmo “Together“.

Aspettammo più di un anno (Settembre 2005) a scrivere un testo per il brano, e per la prima volta io e S ci trovammo in totale disaccordo su cosa scrivere: ecco cosa scrissi a quei tempi.

“S voleva scrivere di una tipa un po’ alla “Bocca Di Rosa” di Deandreiana memoria, che donava amore a tutti e che poi finiva male, ma a quel punto, dopo aver entrambi statuito di dover far morire l’eroina del brano, le opinioni hanno preso a divergere: lei la voleva semplicemente innamorata candidamente dell’amore e per questo infelice al punto di suicidarsi ma venire rivalutata post mortem da tutti coloro che si erano approfittati di lei, che solo quando lei non c’è più si accorgono di amarla; io invece volevo essere ben più acido e brutale: la nostra eroina, sì, ingenua e candida, dà amore a tutti cercando il grande amore, e per questo le donne del paese in cui vive la linciano; al suo funerale non c’è nessuno, ma col tempo la sua tomba diviene meta di pellegrinaggio, tutti vanno ad omaggiare il suo “essere follemente innamorata dell’amore”. Niente, S si è opposta, parlare di linciaggio in una canzone non è bello. Ok, faccio io, allora senti questa: la Nostra Eroina, pur bellissima, bella da morire, era in realtà la scema del villaggio, e decide di suicidarsi quando alla fine capisce che tutti la prendono in giro, la considerano una povera idiota, che gli uomini si approfittano della sua dabbenaggine e le donne la disprezzano.

Ancora niente, di brani che parlano di idioti c’è già “The Fool On The Hill”. Ho quindi dovuto cedere, ed ora Marian (questo il nome definitivo dell’eroina, e anche il titolo del brano) è la protagonista di un testo un po’ fumoso in cui sì, si intuisce che si è uccisa, si capisce che tutti si prendevano gioco dei suoi sentimenti, ed è abbastanza chiaro che solo quando non c’è più tutti si accorgono di amarla, ma alla fine questa versione mi convince solo fino a un certo punto.”

La definitiva “Marian”, quindi, fu un compromesso che non mi soddisfece assolutamente. S cantò nuovamente “Marian” col nuovo testo su una nuova base preparata da me (ma senza grosse aggiunte, anzi, probabilmente ancora più “minimalista” di quella del 2004) e la portammo a Chi Di Dovere. Solo allora decisi di ascoltare per la prima volta il brano sul cui testo avevamo scritto “Marian”. Era francamente orribile.

Di “Marian”, comunque, non si parlò mai più, ed è rimasta immeritatamente inedita.

40) I Want You To

Friday, April 30th, 2010
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Bizzarro brano, “I Want You To“, nato nel Marzo 2004 col titolo provvisorio di “English Song” (e poi anche “I Don’t Know You“), che nel mio blog definii allora “scintillante e gioiosa”:

non assomiglia a niente di ciò che io e S abbiamo scritto in più di un anno e mezzo ed ha alcune caratteristiche piuttosto bizzarre, a cominciare dall’avere le strofe in si (maggiore) e i ritornelli in do (maggiore)“, scrissi. Effettivamente era vero, stavamo sperimentando strade totalmente nuove e quel che era bello era che ogni singola sessione di lavoro era un divertimento unico.

Lo stimolo a scrivere, peraltro, era la ventilata possibilità di dare il nostro contributo al nuovo album di Mietta, che effettivamente aveva preso contatti con Chi Di Dovere per lavorare assieme, anni dopo “Daniela E’ Felice” (album piacevole ma inspiegabilmente sottovalutatissimo).

Certo, il disco di S aveva nella nostra mente l’assoluta priorità, ma anche “farci un nome” come autori certo non ci faceva schifo: per qualche settimana sembrò cosa fatta e anzi, S portò i nostri vecchi pezzi da Chi Di Dovere per farglieli riascoltare a questo esatto scopo. Come fu, come non fu, dopo un po’ di Mietta non si parlò più: si parlò di Torino 2006, invece. Ma questa è un’altra storia.

Dicevo di “I Don’t Know You”. La storia di questo brano che, a quanto pare, interessò grandemente Chi Di Dovere, fu piuttosto tormentata: nell’Estate di quell’anno ci fu chiesto di “provare” a cambiare la melodia del ritornello, che a quanto pareva “non funzionava gran che”, “non era forte come la strofa”. Ci provammo, ma non riuscimmo ad ottenere nulla di interessante tenendo fermi gli accordi. Beh, che problema c’era?, senza alcuna fatica cambiammo anche quelli, riscrivendo il ritornello daccapo e riuscendo perfino a renderlo più interessante nella parte finale. Fummo molto soddisfatti: finalmente eravamo riusciti a modificare qualcosa ottenendo un risultato che ci piacesse. Ma non piacque a Chi Di Dovere!, che anzi disse che in definitiva era migliore il ritornello della prima versione, bisognava solo “farci l’orecchio”. Nell’Agosto 2004 questi consegnò quindi la prima versione del brano all’Arranger, che per Settembre fu pronto con una sua versione del brano, praticamente uguale alla mia. Nel mio blog non lo scrissi, ma tra me e me mi ritrovai a pensare: “ma a che cazzo serve l’Arranger? Non basto io?“.

Il disco di Mietta, dunque, non si fece, e di “I Don’t Know You” non si parlò fino al Giugno – Luglio 2006 (si era nei giorni della nascita degli Zodiac e dell’inaugurazione del Muffaffè), quando decisi di far scrivere un testo alla prode Midori che, fino a quel momento, non aveva sbagliato un colpo (e non ne sbagliò mai, peraltro): in pochi giorni la nostra italonipponica preferita vergò l’efficace “I Want You To”. S, in men che non si dica, cantò il pregevole testo di Midori su una versione strumentale da me ben riveduta e corretta, con soddisfazione di tutti.

Il brano, nonostante la freschezza e il brio che lo permea fin dall’incipit, non è mai più stato preso in considerazione, ed è tuttora inedito.

39) Every Day

Wednesday, April 28th, 2010
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Era dall’Autunno precedente che io e S non scrivevamo assieme un brano veramente convincente e degno di noi (ossia, dai tempi di “Hot Dog“): ebbene, nello stesso weekend, tra una sessione e l’altra della bizzarra ma inutilizzabile “The Mama Song“, scrivemmo due piccoli gioielli, “Every Day” e “I Don’t Know You“.

“Every Day”, nata da un’idea di S come innocuo pezzillo Pop lento, crebbe nelle nostre mani grazie all’inserzione di diverse stranezze sia melodiche che armoniche, ma gestite in maniera così saggia da non avvertirsi quasi per nulla, soprattutto nel bizzarro e brevissimo bridge di due battute in cui io insistetti per farci stare dentro due distinte melodie, una mia (rubata a me stesso, per essere precisi dalla mia antichissima ballad “Hopefully Yours“) e una sua, nata lì per lì. In quelle due battute c’era tutto, c’ero io e c’era lei, capaci di mixare esigenze e culture musicali totalmente diverse a creare qualcosa che attirasse l’attenzione dell’ascoltatore. Sì, il ritornello era troppo “arioso”, ma non guastava un po’ di riposo dopo quel bridge così spiazzante: per nulla convinto delle “aggiunte” che S volle fare a tutti i costi all’arrangiamento, rividi personalmente il brano prima che arrivasse alle orecchie di Chi Di Dovere, a cui piacque, ma non tanto quanto “I Don’t Know You”, che, come vedremo, contraddisse totalmente la frase “i giochi sono fatti“.

Che ne è di “Every Day”? Un anno dopo ne produssi un’ennesima versione, più scarna, meno “romanticona”, meno sognante e di sicuro suonata meglio, ma nemmeno in quella veste il brano fu degnato di considerazione. Da allora, più nulla, ed il brano è rimasto totalmente inedito.