Posts Tagged ‘Sabrina Kabua’

15) Still Want To Love You

Thursday, March 11th, 2010
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Dicembre 2002: dopo l’iniziale entusiasmo, vi fu un momento di perplessità. Ufficialmente, per il progetto discografico della mia Proba Socia erano stati scelti – e quindi dati all’Arranger perché provvedesse a una pre – produzione: “Ego“, “Tradimento” (scritta da S assieme a Sabrina Kabua), “Uranium Girl” e “Sometimes / I Wonder“; “The Edge Of My Mind“, invece, fu inserita nel progetto mesi dopo. La consegna quindi, era: continuare a scrivere.

Ma cosa? In quale stile? Che tipo di album deve essere? E quando si comincia il lavoro successivo? Quando si va alla SIAE a depositare?

Ecco, a queste domande non c’era risposta, perché allora non avevo accesso ad Est: avevo visto Chi Di Dovere una sola volta (a suonare in “Uranium Girl“, per cui tutte le disposizioni superiori erano filtrate dalla suddetta Socia. Io, per altro, non volevo apparire lo spaccapalle che fa sempre e solo un sacco di domande, e mi ritrovai costretto ad interpretare questa assenza di disposizioni come una totale liberta d’azione. E fu la mia personale mossa vincente, perché questo mi spinse a continuare a sperimentare nuove soluzioni, nuove idee.

Facendomi strada tra i mille impegni trovati alla Proba dal famigerato Amico Di Tutti, che con scuse più o meno valide la teneva lontana da ciò che stava primitivamente facendo (come ho già accennato, di lì a poco ci si mise anche l’altrettanto famigerata Regista), riuscii a portare a S un mio brano nuovo novento (nel frattempo c’era stato anche l’esperimento “Disease Of The World, totalmente da dimenticare): “Still Want To Love You“.

“Still Want To Love You” è uno di quei pezzilli – abbastanza tipici della mia produzione – Pop / R’n'B saltellanti con diecimila accordi e una melodia che nel ritornello si apre parecchio, e feci il grosso sbaglio di puntare tutto sull’estensione della mia Socia, che non molto tempo prima aveva dato il meglio di sé in “Take It Over“. Feci quindi i conti senza l’oste: il brano era in una tonalità scomodissima, e S usò tutta la sua arte, voce di testa, cazzilli vocali, di tutto e di più per eseguire il brano alla perfezione, e lo fece: ad ascoltare oggi quell’incisione nessuno direbbe che avevo costretto S a fare i salti mortali. Io fui felice del risultato ma mi sentii mostruosamente in colpa: avevo rischiato di far fare sproing alle più belle corde vocali d’Europa!
Il brano, dicevo, è molto piacevole all’ascolto, e storicamente è importante perché con esso mi decisi finalmente a lavorare in midi. Mancandomi una sound library decente, escogitai una strategia assolutamente assurda ma che funzionò perfettamente:
1. primo punto, collegai l’output midi della tastiera all’input dell’interfaccia midi collegata al mac facendo suonare a Nuendo il primo suonino midi che trovavo
2. quantizzai, misi a posto notine sgrause, ne aggiunsi altre con la matitina sul sequencer midi di Nuendo
3. collegai l’output dell’interfaccia midi all’input dello Yamaha Mu 128 perché questo eseguisse, finalmente con suoni decenti, la mia parte midi e, contemporaneamente,
4. essendo altresì collegato l’output audio dello Yamaha Mu 128 all’entrata audio della scheda audio del mac, registrai il tutto in audio, perfettamente a tempo e con un suono decente.
Ora, gli esperti diranno: ma che cazzo facevi? Ci sono metodiche molto più semplici. Oh lo so, ora le conosco (oltre ad avere, sempre ora, un oceano di suoni per le mie incisioni). Ma nel Dicembre 2002 non conoscevo nessuno che potesse insegnarmi come funzionasse l’incisione digitale, ed ero altresì troppo pigro per comprarmi libri o trovare tutorial su internet. Ci volle Reason, nella Primavera 2003 a farmi scoprire le gioie del midi. Mai soldi furono spesi meglio.

Ad ogni modo, l’assurda tecnica midi sovradescritta funzionò: finalmente produssi qualcosa che mi allontanò dal nomignolo che nel frattempo mi ero sentito affibbiato: “Sgroovy“; nel finale, peraltro, mi presi la microsoddisfazione (è di queste cose che è fatta la mia vita) di inserire il finale della defunta “Sometimes“, dando per altro un tocco particolare di R’n'B al tutto. Ovviamente, fu pollice verso anche per “Still Want To Love You”, e, com’è come non è, io ed S non ci rimettemmo al lavoro se non con l’Anno Nuovo.

In quel periodo cercai di fare un bilancio di quanto era successo negli ultimi 5 mesi del 2002 e, ovviamente, fu un bilancio alquanto positivo, anche se capivo che qualcosa mi sfuggiva, che c’erano dei meccanismi che dovevo ancora afferrare ed interpretare compiutamente, ma ci passai allegramente sopra, estremamente soddisfatto qual ero dell’estrema affinità che si era creata tra me e la Proba. Ci aspettava inoltre un 2003 denso di musica e di soddisfazioni.

Quale fu quindi il destino di “Still Want To Love You”?
Ovviamente, è rimasta inedita, e scommetto una palla che nessuno, a parte me, si ricorda più dell’esistenza di questo brano, che però verrà presto da me ripreso in mano per un riarrangiamento con nuovi suoni, s’intende, una tecnica di incisione molto ma di molto migliore e – toh! – la mia voce. Il brano – me lo devo – finirà su “Nadir“.

12) Time

Friday, March 5th, 2010
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Autunno 2002. Imperante l’entusiasmo di cui ai precedenti post, io e S (nel frattempo intenti a lavorare su “Sometimes / I Wonder“, “Jeff Beppe” (brano di cui tratterò nel prossimo post e che ebbe come titolo definitivo “The Trap” con testo della prode Midori Pasi), “Uranium Girl” e “Take It Over“) inaugurammo un secondo modo di comporre musica assieme: alla fine di una sessione di lavoro per un altro brano, S decise di importare sul suo ProTools un loop di batteria e di cantarci sopra la prima cosa che le venne in mente.

Saltò fuori una melodia molto interessante, divisa in strofa e bridge, il tutto chiaramente su una sequenza armonica ascendente. Una roba da trenta secondi, non di più. Il mio compito? Andare avanti aggiungendo accordi alla parte già fatta da lei e un ritornello, o magari un middle eight: carta bianca, insomma.

Arrivato a casa, aprii Nuendo, importai la sua traccia vocale e il loop di batteria (che dovetti mettere a tempo, perché era in una terra di nessuno attorno ai 70-75 bpm – S a quei tempi non aveva ancora scoperto la griglia) e mi misi al lavoro, fornendo – con tre sapide tracce di piano, basso ed archi – un’armonia alla parte cantata da lei e finendo letteralmente di scrivere il brano: la parte creata da S costituì strofa e bridge (che ripetei due volte con un banale copincolla) alla quale feci seguire un middle eight (in realtà di dieci battute, quindi la dizione esatta sarebbe middle ten) che lei si ostinò a chiamare “parte speciale” in cui imposi al brano stesso una sorta di stop meditativo: la mia melodia, ricalcante quella creata da S – soprattutto come metrica – portava il brano a tonalità ed armonie totalmente differenti, talmente differenti che, per ritornare al bridge (dopo il middle ten la strofa non viene più presentata), mi inventai una sorpresa armonica delle mie.
Fatto trenta, feci trentuno: scrissi il testo. Non un capolavoro, a dire il vero, ma siccome ero ispirato in un’oretta al massimo m’inventai qualcosa di interessante ed incisi una mia parte vocale.
Time” (fu questo il titolo che diedi al brano, al posto dello sgrammaticato “Time For Dance” buttato lì da S) era così completa, e qualche giorno più tardi portai il tutto a S.

S incise una fenomenale serie di tracce vocali e, al riascolto, definì “Time” un capolavoro. A dire il vero, non si trattava di un capolavoro: era un brano Pop lento di buona fattura e poco più, tant’è vero che dai Piani Alti (vi ricordo che ai tempi il progetto discografico della Proba sembrava già cosa fatta, tant’è vero che l’Arranger stava lavorando a “Ego“, “Sometimes / I Wonder” e “Tradimento“, brano scritto da S assieme a Sabrina Kabua) arrivò un pollice verso. L’ennesimo. E non vi nascondo che cominciai seriamente a chiedermi cosa ci fosse che non andava nei nostri brani.

Un anno dopo – Autunno 2003 – dopo averci pensato per mesi e mesi, decisi di riprendere in mano “Time”. Avevo già fatto qualche aggiustatina a qualche brano del nostro repertorio perché avesse un suono decente, un arrangiamento migliore, ma niente di sconvolgente. La “Time” dell’Autunno 2002 mi sembrava povera, scarna, poco affascinante, fors’anche un po’ banale e, siccome – so di essere solo come un cane in questo – penso e credo che non sia vero che un brano sia bello anche se suonato con una balalaika senza una corda e cantato da un camallo di Sampierdarena, decisi di approfittare delle infinite possibilità datemi da Reason (il miglior software di tutti i tempi, a mio avviso) e rifare il brano daccapo.
Ne nacque in poche ore un arrangiamento del tutto differente, con alcuni accordi modificati e soprattutto la quasi scomparsa del piano che nella versione precedente sommergeva tutto: misi insieme un muro di synth ed archi avvolgenti e suadenti, un paio di loop azzeccati e qualche punteggiatura di piano qua e là solo per sottolineare passaggi importanti. Nel middle ten scritto da me, la furbata galattica: una batteria all’incontrario, di sapore beatlesiano e, nel finale, tutti gli strumenti assieme a dare compiutezza totale allo spirito del brano.
Portai questa versione di “Time” a S e ne rimase estasiata. La portò a Chi Di Dovere che non riconobbe più il pezzo che aveva sentito un anno prima. Con mia grande sorpresa, scoprii qualche tempo dopo che il brano era stato affidato all’Arranger. Se mai avessi avuto dei dubbi circa l’opportunità di riarrangiare “Time” – sto dicendo ciò solo per fare il figo: in realtà non ho mai avuto il benché minimo dubbio al riguardo -, beh, questo fatto li fugò definitivamente: da allora, ogni brano scritto con o per S passa attraverso una seconda lavorazione.

Excursus: ma queste “seconde lavorazioni” servono?

Dipende. In alcuni casi sono servite a migliorare – e di molto, anche!! – brani deludenti, o poveri, o addirittura brutti. E’ il caso, ad esempio, oltre che di “Time”, di “Easter Egg” (del 2003), “Angel In Red And White” e “You And I” (del 2004), “Back To The Garden“, “Easier Said Than Done“, “Everybody Says No” e “Superficial” (del 2005), “Ave Maria Gospel“, “Feeling Blue“, “Funky Sunday“, “Julia” e “Valentine’s Day” (del 2006), “Another Chance“, “Bitch – Hiking“, “Dancing Freak“, “Love Crimes“, “Lovely Like You” e “So Nice” (del 2007) fino alle recenti “A Better Mistake“, “A Claim Of Love” e “Trust In Me“. Esempio eclatante: “Valentine’s Day”, scritta da me e S il 14 Febbraio 2006: prima che lo riarrangiassi completamente – cambiandogli tutti gli accordi -, era il brano più brutto della storia della musica. Una cagata immane. Adesso è uno dei nostri fiori all’occhiello.
In altri casi, invece, nemmeno un arrangiamento infinitamente migliore ha reso giustizia a brani veramente poveri in ispirito (”Legend“, ad esempio) che, evidentemente, non meritavano giustizia, ma, santo Cielo, è stato comunque un esercizio interessante.
In altri casi ancora – per fortuna pochi – mi sono ritrovato a non avere la più pallida idea di come riarrangiare un brano. E’ il caso di “Wear Me“: brano che, probabilmente non mi dice niente di niente.

In quell’Autunno 2003 si pensò seriamente di “mandare a Sanremo” una Brava Cantante Salentina, e prima di puntare tutto su “The Answer’s Within” (la cosa naufragò per motivi a me incogniti) si pensò proprio a “Time“, ma il brano non era adatto al 100% alla Brava Cantante: troppo arzigogolato, troppo strano (termine per me poco comprensibile, anche alla luce del fatto che neanche il “trottolino amoroso” di molti anni prima era un brano poi così “tradizionale” – whoops!!! vi ho dato un indizio!!) e soprattutto in un’estensione che non era per niente la sua. E lì io ebbi la colpa, la grave colpa, di dar retta alla mia Socia. S individuò nel middle ten la “parte che non andava” e, rifiutata una modifica minima ma sostanziale proposta da me, s’inventò per quella parte un finale totalmente diverso, con una serie di note più basse ma su una melodia diecimila volte più astrusa della mia. Il che – ovviamente – equivalse a rendere “Time” ancora meno adatta alla Brava Cantante!!! La mia modifica sarebbe stata probabilmente poco adatta comunque, ma fu scartata con violenza. Non me la presi (dopo tutto, chi ero io per..? etc etc), ma forse avrei dovuto puntare i piedi e cercare di impormi. Cosa inutile perché la Suddetta Cantante andò sì a Sanremo, ma a cantare roba d’altri. E neanche tanto memorabile, fra l’altro.

Per varie ragioni, prima di sentire “Time” arrangiata dall’Arranger dovemmo aspettare l’Estate 2004. In pratica, il suo lavoro ricalcava abbastanza fedelmente il mio: con mia gioia, non aveva cambiato un solo accordo dei miei, ed anche nel middle ten non erano stati apportati cambiamenti. Il fatto era, però, che la sua “Time”, pur fatta a regola d’arte e con suoni bellissimi, suonava cupa. Cupa, funerea, triste. E non ho ancora capito cosa faccia di quella versione di “Time” qualcosa di estremamente dark: i suoni? L’equalizzazione? La batteria? Il basso? Boh.
Non che la cosa fosse granché importante: dopo tutto, il lavoro dell’Arranger era una pre – produzione su cui Chi Di Dovere avrebbe poi messo le mani – cambiando quasi tutto -, ma qualcosa dentro di me mi disse che ciò avrebbe significato uno stop per il brano.

E stop fu: solo nell’Estate 2007, quando si profilò l’idea del “Progetto C“, “Time” tornò in auge. Non per molto: giusto il tempo di presentarla agli altri futuribili partners del Progetto non nella versione “cupa” dell’Arranger ma nella mia versione del 2003. Piccola soddisfazione, della serie “accontentamose“, ma che devo fare? Vivo di queste cose.

Che fine ha fatto, quindi, “Time”?

E’ uscita dal Progetto “C” (facendo posto a un altro brano, stavolta scritto dalla sola S) e resterà inedita. E’ un vero peccato, perché, oltre ad avere un significato prettamente storico (in poche parole, questo brano ha consolidato definitivamente la mia partnership con S, forse anche più della gloriosa “Uranium Girl“), “Time” è un buon brano, qua e là emozionante ma soprattutto “lirico” nelle sue salite e discese, nel suo fermarsi un attimo a rifiatare e riprendere la lenta ma decisa corsa più carico ed energico di prima. Amen.

PS: bravi matusa, avete indovinato, la brava cantante salentina è Mietta. Che, non sapendo nemmeno della mia esistenza, non ha mai neanche saputo quanto ho lavorato per lei. Sono soddisfazioni.

5) “Sometimes”

Tuesday, February 16th, 2010
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La storia di “Sometimes” è paradigmatica ed anche piuttosto istruttiva. Insegna cioè a tutti coloro che vorrebbero intraprendere la carriera dell’autore cosa può accadere – e non accadere a un brano.
La doverosa premessa – e qui ne ho già parlato – è questa: nel momento in cui scrivi un brano, ti devi dimenticare, e per sempre, che esso rimanga nell’esatta forma in cui l’hai scritto tu. Questo, ovviamente, a meno che tu non sia già un autore affermato oppure a meno che tu non stia scrivendo un brano per tuo puro piacere personale o per dedicarlo alla tua mamma o alla tua morosa.

“Sometimes” era in gestazione dall’inizio dell’Estate 2002 e, visto l’ottimo risultato ottenuto con “Through With You“, nell’Ottobre successivo decisi di farla cantare a S. In quei giorni, il brano mancava totalmente di un ritornello – anche perché era dotato di due differenti bridges… scrivere anche un ritornello mi sarebbe sembrato un eccessivo infarcimento.
S cantò il brano (la cui base strumentale, ovviamente, rispecchiava la scarsità di mezzi della quale allora ero dotato), e lo cantò divinamente, ma Chi Poi Lo Ascoltò lamentò proprio l’assenza di un ritornello.
Mi misi così al lavoro e ne elaborai un paio: sottomisi i due potenziali ritornelli al giudizio dei miei Indie Friends sulle boards che allora frequentavo su web e ci fu un plebiscito sul ritornello numero 2. Tornai quindi da S che decise di reincidere tutto quanto, anche le strofe (che aveva già cantato), e fece il solito lavoro esemplare. A quei tempi il testo di “Sometimes” – scritto da me – era un testo provvisorio, anche perché io e S avevamo deciso che l’altro avrebbe avuto il compito di scrivere i testi dell’uno (regola poi dimenticata, disattesa e ripristinata più volte in varie forme intermedie, in tutti questi inutilmente laboriosi anni), e, nell’attesa di un responso ufficiale sul brano, S si mise al lavoro per scrivere un testo.

Il responso fu ancora negativo, e fu accompagnato da una richiesta che in quel momento mi giunse totalmente inedita e sorprendente: a Chi Di Dovere sarebbe piaciuto che alla strofa di “Sometimes” fosse seguito il ritornello di un brano che S aveva scritto e inciso da sola in quei giorni, dal titolo I Wonder.
La richiesta era per me molto, molto bizzarra: ero abituato a considerare un brano, una volta che era stato completato, conclusofinito. Il fatto che un brano potesse rimanere in cantiere nonostante la soddisfazione di chi lo aveva scritto da capo a piedi era per me qualcosa di incredibile, soprattutto perché “Sometimes” mi piaceva davvero tanto. Era un brano lento, non dissimile da “Through With You” ma più poderoso, forte, energico, e che ero riuscito ad “aprire”, a “spalancare” nel ritornello, dando a S la possibilità di esprimersi in quel punto sulla parte più “strong” della sua tessitura vocale. Riconsiderare il brano daccapo, e soprattutto appiccicandolo a un altro brano che in comune con “Sometimes” aveva solo i bpm mi fece uno strano effetto. Dopo tutto, però, chi ero io per oppormi? E dissi: ok, proviamoci.

Mi misi quindi al lavoro nuovamente seguendo le indicazioni che erano giunte dall’Alto, e le seguii alla perfezione: elaborai quindi il nuovo brano Ibrido costruendolo in questo modo: 1. intro di “I Wonder” 2. strofa di “Sometimes” 3. bridge numero 1 di “Sometimes” 4. ritornello di “I Wonder” 5. middle eight di “I Wonder” (il tutto ripetuto due volte). Riuscii a fare una base migliore di tutte le precedenti, e questo mi confortò, anche se l’ascolto dell’Ibrido non mi convinse gran che. Era però il primo brano di cui io e S fossimo coautori al 50%, e mi dissi che probabilmente quello doveva essere un passo obbligato, un piccolo rospo da mandare giù.

Tornai di nuovo da S (nel frattempo stavamo anche lavorando alle già descritte “Heat Me” e “Breaking Down” ed iniziando ad allestire anche “Ognuno E’” e la “Jeff Beppe” che poi nel 2007 diventò “The Trap“) e lei ricantò il brano, stavolta in finto Inglese, cosa che – siccome “Sometimes” aveva un testo vero – mi sembrò un brutto passo indietro. La cantò però magnificamente, e io dentro di me mi stavo già sentendo stanco di penare così tanto per un solo brano – in cantiere, come già avete capito, ne avevamo molti altri – sperai e pregai Dio che il brano ricevesse il pollice alzato, indipendentemente dal fatto che a me piacesse o meno.
Il pollice alzato arrivò, e arrivò un testo che fu scritto da Sabrina Kabua, amica di S e vocalist tra l’altro degli Smiling People, che nel frattempo stava lavorando ai testi di altri brani che sarebbero dovuti entrare a far parte del futuro album di S (un nome fra tutti: “Tradimento“), e nel Novembre 2002 S finalmente cantò l’Ibrido da cima a fondo. A questo stadio, l’Ibrido aveva come titolo “One Day” (molto simile come suono a “I Wonder”), e fu in questa veste che fu affidato all’Arranger perché vi lavorasse.

Tutti felici, tutti contenti? Mica tanto. Il testo di “One Day” non piacque a Chi Di Dovere – a me piaceva. Non era Francesco Petrarca, ma neanche Gianni Drudi, santo cielo! – e quindi si pensò successivamente a scriverne di nuovi (con mia crescente disaffezione al brano: ero dell’idea – e lo sono ancora – che più peni per un brano, più ci soffri, più il brano subisce modifiche di ogni tipo, più l’autore se ne discosta psicologicamente, è inevitabile: da un certo punto in poi quel brano non lo senti più come tuo), io e S provammo a scrivere una nostra “One Day”, ma niente da fare, erano necessarie idee nuove, idee diverseda un semplice testo d’amore.
Ci rivolgemmo quindi all’Amico Americano (quello che aveva scritto un testo per “Ego“), che in poche settimane sfornò qualcosa che a noi piacque davvero molto: “Your Real Face“, una storia vera e propria su un molestatore telefonico notturno – roba che a noi non sarebbe venuta in mente neanche a darci randellate sul cervelletto.
Nel frattempo, l’Arranger fu pronto e preparato con un’ottima base strumentale (figlia di quella che io avevo allestito) e andammo da lui ad incidere le voci di S col testo dell’Amico Americano. Inutile dire che S fece un lavoro semplicemente esemplare; l’arrangiamento dell’Arranger fu veramente qualcosa di ispirato e di molto bello, ma bisogna anche dire che la scelta di certi suoni anziché altri era stata fatta specificamente da S nel corso di una precedente sessione di lavoro a cui io non ero stato presente.
Oh, finalmente il brano era a posto. Ricevette pollice alzato e io ed S ne fummo molto contenti. Però del brano non se ne parlò più, se non agli inizi del 2004, quando – per motivi a me sconosciuti e per me inspiegabili – S se ne venne fuori con una nuova versione ed un nuovo titolo, “Free Sailing“, che nulla toglieva e nulla aggiungeva al brano in sé. Coautore di “Free Sailing”, l’Amico Di Tutti, per il quale – già l’avete intuito – nutro la stessa simpatia che si può nutrire nei confronti di un serpente a sonagli (e la cosa è reciproca). Needless to say, la cosa non mi piacque.
Già avevo dovuto smorzare il mio ego accettando che un mio brano fosse smembrato in più parti ed incollato ad un altro, con la conseguente creazione di un ibrido che non mi trasmetteva nessuna particolare emozione; accettare anche di condividere la paternità di un brano con una persona il cui semplice pensiero mi suscitava conati di vomito era troppo. Ma tacqui, perché mi conveniva tacere. Tanto, avevo già intuito che il brano, nelle sue molteplici forme, non sarebbe approdato da nessuna parte. Me vivo, intendo: magari tra duecento anni qualcuno lo scova e decide di farne qualcosa, chi lo sa.

Nel Febbraio 2007 decisi di riascoltare, dopo anni ed anni, tutte le incisioni relative a “Sometimes” e al suo Ibrido, e fu ovvio per me capire che continuavo a preferire il brano originale. E lo preferivo perché era mio.
Quindi mi chiesi: danneggio qualcuno se lo reincido daccapo con la traccia originale di S, con nuova strumentazione ma con lo stesso spirito del 2002? La risposta fu: chi se ne accorgerà? Il brano è caduto nel dimenticatoio. Fu quindi una felicità esagerata reincidere “Sometimes”, il mio brano, e riascoltarmelo più e più volte: a costo di apparire immodesto, “Sometimes” ha il suo perché, ha ancora e sempre il suo perché, è un pezzo intensissimo del quale vado più che fiero. Chiaramente, la definitiva incisione di “Sometimes” fu qualcosa che feci per puro piacere personale, per rendere giustizia a un brano che, pur con le migliori intenzioni di questo mondo, tra il 2002 e il 2004 fu quasi trattato a randellate e poi dimenticato per sempre.

Che ne è quindi di “Sometimes”? Non se ne è mai più parlato, e nemmeno la stessa S, nel 2007, all’ascolto della più recente versione, ha detto gran che. Anche quando si è trattato di ripescare vecchi brani per nuovi progetti, sono stati riconsiderati e tirati fuori dal cassetto centinaia di pezzi tranne “Sometimes”, ed anche le sue varie forme ibride sono state dimenticate. Di certo però io non mi dimentico “Sometimes”, brano del quale resto ancora molto innamorato. Pure troppo.

Nel prossimo episodio: “The Edge Of My Mind”