Posts Tagged ‘Andrea Bettelli’

43) Angel In Red And White

Thursday, May 6th, 2010
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Originariamente scritto da S assieme ad Andrea Bettelli (chitarrista della fu Sara 6 Acoustic Family) ed ancora senza uno straccio di titolo, questo brano dalle venature “quasi Country” aveva grosse potenzialità, e fu così che io e S in una calda giornata di quella Primavera – Estate 2004 ne scrivemmo il testo assieme, partendo da alcune bizzarre ma piuttosto poetiche idee ispirate al suo idolo Jeff Buckley, che lei curiosamente volle definire nel titolo “angelo in bianco e rosso“. Scrivemmo quindi uno dei nostri testi migliori, trovandoci in disaccordo solo su quella frase, che lei volle fosse “angel in white and red” (e così lei cantò quella frase), mentre io sostenevo che dovesse essere “in red and white“. Avevo ragione io.

Angel In Red And White” piacque a Chi Di Dovere, che parve inserirlo nell’elenco dei papabili per il disco di S, ma fu presto messo nel dimenticatoio. Non da me, che nonostante fossi solo coautore del testo, continuai a ritenerlo un piccolo gioiello da rivalutare: cosa che feci anni dopo, nei primi mesi del 2008:

così com’era nella versione di quei tempi, a metà tra Pop, Rock e Country, il brano era piacevole e fresco, ma personalmente mi lasciava un po’ d’amaro in bocca perché non decollava come avrebbe potuto. In queste settimane, quindi, l’ho ripreso in mano, l’ho risuonato daccapo – e non biasimatemi per l’attuale assenza per la pur valida parte di chitarra dell’ottimo Andrea Bettelli: se la sua chitarra non c’è più è solo perché i relativi aiff sono andati persi in un drammatico hard disk crash – e ho deciso di percorrere strade per me nuovissime, partendo dalla considerazione che talora per far volare un brano senz’ali bisogna dotarlo di elementi ad esso totalmente estranei. Così ho fatto, in una maniera che non posso qui descrivere (perché so che mi copiereste l’idea, brutti macachi) ma che posso definire vivamente ed elegantemente oltraggiosa.

E lo fu. Cambiai tutti gli accordi del brano, facendolo viramente così paurosamente verso l’Hip Hop che, lì dove avevo previsto un assolo di qualcosa, mi misi a sperimentare con una vasta serie di files trovati sul web: tra questi, un rap a cappella di uno dei più grossi miti di quel genere, Tupac “2Pac” Shakur. Di per sé non c’entrava nulla con un brano su Jeff Buckley, né con un testo che parlava di un angelo custode un po’ maledetto (vero è che anche Tupac era morto giovane), ma musicalmente, stilisticamente, ci stava da Dio. Divenni matto a mettere tutto a tempo, ma il risultato fu davvero ragguardevole, una delle cose migliori che io abbia mai fatto in vita mia.

Ovviamente, la cosa non poteva avere alcun seguito commerciale: chiunque avesse voluto pubblicare “Angel In Red And White” in quella veste avrebbe dovuto pagare palanche sonanti agli eredi di Tupac; nulla però ci avrebbe vietato di scrivere una parte “rappata” nuova noventa da far eseguire a qualcun altro (devo ammettere che mi balenò pure l’idea di suggerire uno che con Chi Di Dovere aveva lavorato per quindici anni, ma sarei stato mandato a fanculo alla velocità della luce, ergo evitai).

La nuova versione del brano piacque così tanto a S che la fece riascoltare a Chi Di Dovere, caldeggiandone la pubblicazione. Del suo disco, però, a quei tempi (2008), non si parlava proprio più; il progetto “C” non contemplava nulla del genere; artisti a cui dare un brano simile non ce ne erano; S, dicendo “ma sì, chi se ne sbatte”, decise di metterlo su come “sigla finale” dopo il nostro bellissimo live con i Light Zodiac alla manifestazione ArgoJazz a Marina di Pisticci dell’Agosto 2008: un sacco di gente venne a chiederci “Hey, che bello questo pezzo. Di chi è?

Soddisfazione minima, ma enorme.

Grosse furono le mie perplessità quando S, al ritorno da ArgoJazz (anzi, al ritorno degli Zodiac dalla minitournée con Antonino Spadaccino) mi chiese di fornirle la base di “Angel In Red And White” perché aveva scritto assieme ad Alberto Linari un testo in Italiano (”Voglio Un Angelo“) per sottoporre il brano a Non Si Sa Più Quale Manifestazione, in un colpo solo quindi azzerando i miei già pochi ventiquattresimi SIAE e uccidendo quella che era stata l’idea migliore, ossia la parte “rappata”, che nella versione italiana del brano fu segata via del tutto.

Nonostante la mia contrarietà e l’ovvia delusione, per correttezza fornii a S la base di “Angel In Red And White” e nell’Autunno successivo curai anche la partitura del brano per il deposito alla SIAE.

Ovviamente, “Voglio Un Angelo” non fu presentata a nessuna manifestazione (trattavasi dell’ennesima bufala) e, come “Angel In Red And White”, è e rimarrà totalmente inedita. Non nascosi la mia amarezza nel vedere il mio lavoro totalmente ignorato dall’unica persona che mai si era sognata di fare nulla di simile in sei anni, ma avevo già capito come aria tirava. Va da sé che nelle mie preziosissime cartelle contenenti il nostro immenso repertorio, “Angel In Red And White” c’è, “Voglio Un Angelo” no.

18) Besiño

Wednesday, March 17th, 2010
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Ultimo dei brani del nostro repertorio a non venire alla luce direttamente sotto Reason (Dio mio fai che nessuno mi chieda cosa significhi ciò), “Besiño” era in origine un pezzillo vergato velocemente da S assieme al probo chitarrista Andrea Bettelli nella Primavera del 2002, inciso – piuttosto bene, peraltro – su un misero registratorino a nastro. S, come sempre in cambio di “qualche ventiquattresimo SIAE”, mi chiese di reinciderla daccapo in digitale e di scriverne un testo. Volentieri accettai (cosa che per quanto riguarda i testi non faccio quasi più, soprattutto da quando so che, di tutti gli elementi facenti parte di un brano, il testo è la più volatile di tutte) e mi misi al lavoro.

Il brano era francamente Latin, e gli accordi apportati da Bettelli erano quasi tutti ottimi, e ne cambiai veramente pochissimi, giusto scambiando un minore con un maggiore in un punto molto importante. Non fu un lavoro semplice, perché il brano era (ed è) pieno di stacchi, di battute da sei quarti (o se preferite di battute da due quarti intercalate a quelle di quattro) e, all in all, di tutte le asimmetrie tipiche dello stile della mia proba Socia.
Mi permisi altresì di aggiungere un assolino di organo Hammond e un finale piuttosto glamour che feci “esplodere” con un mare di loop (tutti in formato .aiff, perché, come già ho detto, Reason non faceva ancora parte della mia dotazione tecnologica): bonghi, congas e una batteria decisamente Dance.

Scrivere il testo fu la parte più facile, e nello spazio di pochi giorni (si era nella Primavera 2003) portai la base a S perché incidesse la sua brava parte vocale, che eseguì quasi tutta d’un fiato, seguendo alla perfezione le modifiche da me apportate (bisogna dire che “occhipintizzai all’estremo” il brano, mettendo stacchi laddove nemmeno lei li aveva concepiti). Un lavoro esemplare, che incontrò – si disse – i favori di Chi Di Dovere e che ci galvanizzò molto, ma che rimase in soffitta per ben cinque anni.

Nella Primavera 2008, al comparire sulla scena del “Progetto F” (in pratica ci venne detto di scrivere brani – o riadattarne di vecchi – per il progetto discografico di Federico Angelucci, giovine artista reduce da “Amici“), “Besiño” tornò in auge, ma si propose l’esigenza di reinciderne la parte strumentale daccapo: ciò è esattamente ciò che feci con estremo piacere, stavolta ovviamente dotandomi delle quasi infinite possibilità di Reason: recuperai il vecchio cantato di S (che era perfettamente a tempo, a differenza di altre incisioni) e mi misi al lavoro.
E qui, la grossa delusione: a differenza di altre composizioni che ero riuscito negli anni a migliorare grandemente, la nuova “Besiño” non risultò per nulla migliore della vecchia versione: a parte qualche interessante giochino armonico che cinque anni prima non mi ero permesso di proporre – nel 2003  ero ancora un po’ timido, diciamo così – e un maggior infarcimento di percussioni afrolatin, la nuova versione fu pressoché uguale a quella del 2003. Al massimo era suonata meglio, ma non suonò per nulla “più interessante”, e soprattutto non era coinvolgente come io avrei voluto che fosse, probabilmente perché mancavano le chitarre o forse perché l’avevo appesantita cercando di farne un pezzo schiettamente Latin Dance.

Ad ogni modo, tutti i files (audio e midi) furono rapidamente ammanniti a Chi Di Dovere perché ne venisse fatta la versione “definitiva” per il suddetto Progetto. Sono passati quasi due anni e sto ancora aspettando che accada qualcosa.

16) I Don’t Believe It

Saturday, March 13th, 2010
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Gennaio 2003. Con mio dispiaciuto sgomento, l’Amico Di Tutti aveva preso così bene (per i suoi sordidi scopi) la situazione in mano che io mi trovai a lottare per inserirmi in uno spazio libero tra lui, i suoi nefasti e fallimentari progetti e i ben più importanti live dell’Acoustic Family, la band con la quale S allora portava in giro il proprio repertorio. In breve, per tutto il mese io non riuscii a portarle nemmeno uno dei molti brani che avevo scritto e stavo continuando a scrivere per lei; il massimo che riuscivo a fare era giusto seguire lei e lui nelle sue (di lui) ridicole pagliacciate in giro per l’Emilia – Romagna, la più bizzarra delle quali organizzare un mega ritrovo di vere e presunte star dello spettacolo in un posto inculatissimo tra Emilia e Toscana esattamente la sera di una delle più tremende nevicate del secolo (quando anche il più balordo dei meteorologi aveva sconsigliato di muoversi da casa): ovviamente nessuna delle star si fece vedere – avevano guardato il meteo, LORO (*) -: una serata orribile, una rottura di palle inimmaginabile, durante la quale mi chiesi più e più volte se QUELLO fosse il “magico mondo” dello spettacolo che tante volte avevo solo sfiorato. A rimettere un po’ in sesto la serata, l’eroico arrivo, in barba alla neve e al ghiacco, dell’Acoustic Family, fin da Reggio Emilia: per l’occasione, suonai con loro il piano e fu proprio quella sera che S pensò di allargare la famiglia aggiungendo il sottoscritto.

Poche settimane più tardi, con mia grande sorpresa, fui chiamato a suonare come ospite negli ultimi quattro brani dell’Acoustic Family (S alla voce, Andrea Bettelli alla chitarra e voce, Helena Villa all’altra chitarra e voce e Massimo Giusberti alla batteria) al Momà di Reggio Emilia: ne fui molto fiero e molto felice, talmente tanto che nemmeno mi accorsi che nelle ultime settimane io e S non eravamo riusciti a trovare nemmeno un pomeriggio per scrivere un nuovo brano. E la felicità raddoppiò quando S mi chiese di impararmi tutto il repertorio, perché dal live successivo io sarei stato il pianista della Family.
Io? Sì, io.

Finalmente alla fine del mese io e S riprendemmo a scrivere musica assieme, e stavolta dovemmo dire grazie al normalmente disastrifero Amico di Tutti (altrimenti detto l’Uomo Orrendo), che in quel periodo smaniava da par suo con l’indecente progetto che coinvolgeva lui stesso, S ed il famigerato Artista Salentino, uno che quando lo vedi ti viene da chiederti dove abbia parcheggiato il tir (con il dovuto rispetto a coloro che il tir lo guidano davvero). Il progetto, come tutto ciò che la mente dell’Amico di Tutti aveva elaborato fino a quel momento, e come tutti i progetti che si sarebbe inventato da lì all’Estate 2006, era una ciofeca clamorosa, un buco nell’acqua, roba paragonabile al Wall Street Crash del ‘29, ma da un lato S si fidò e non si fidò. Si fidò perché crede ancora nella bontà dell’animo umano (oh quale candore), non si fidò perché dopo tutto non è nata ieri ed ergo volle che io facessi parte del progetto, inconsciamente forse anche perché io vedessi se era il caso di aderirvi.
Io già allora ero pieno di dubbi, ma stavo ancora dando all’Amico di Tutti una seconda possibilità (che non si nega a nessuno) e dissi: “Ok. Cos’è che serve?

Serviva un brano abbastanza lento, un po’ blues, non dissimile nello stile da “Madre Dolcissima” di Zucchero Fornaciari.
Ok, mi misi al lavoro, e di “Madre Dolcissima” presi solo il numero di bpm, scrivendo ed incidendo una base in uno stile mio al 100%, sebbene con varie venature rock in più del solito e, toh, una vera chitarra acustica. Ne nacque “A1“. Ci misi una notte e un pomeriggio a finire il tutto, con l’aggiunta nell’ultimissima take di una – ineditissima per me – parte di chitarra elettrica ad iniziare e finire il brano.
Portai tutto alla Proba Socia che agguantò lo Shure e tirò fuori una roba pazzesca, anch’essa totalmente diversa dal supposto pabulum zuccheriano, alla quale – prendendo spunto dalla frase che lei pronunciò un centinaio di volte – fu da noi dato il nome di “I Don’t Believe It“.

Al Pop / Rock con accordi intelligenti e furbetti della mia base, S aggiunse vigore, forza e quel tocco in più con una melodia e un’esecuzione vocale molto ravvicinabili allo stile di un artista che a quei tempi ignoravo: Jeff Buckley (oggi che ne conosco gran parte del repertorio posso tranquillamente dire che non mi piace).
Riascoltando il tutto (e durava più di sei minuti: da allora in poi cercai sempre di evitare che un brano durasse così tanto), decidemmo che l’Artista Salentino e l’Amico di Tutti potevano tranquillamente andarsene a fanculo: il brano ce lo saremmo tenuto noi. Fu vero entusiasmo, talmente tanto che nei giorni seguenti, separatamente, sia io che S ascoltammo “I Don’t Believe It” almeno una decina di volte a testa.
Ovviamente, dall’Alto arrivò un “Non è adatto“.

Nonostante io e S credessimo fermamente nella qualità intrinseca del brano, quel “no” non fu, alla fin fine, un brutto colpo, perché capivamo che non sarebbe nemmeno stato l’ultimo pollice verso. “I Don’t Believe It” fu una vivifica sferzata di energia per me ed S, che riprendemmo a lavorare (con un po’ di fatica, visto che l’Amico di Tutti continuava ad imperversare maleficamente con le sue assurdità, ‘tacci sua) con più lena e convinzione di prima.

Che fine ha fatto, quindi, “I Don’t Believe It”?
E’ finita nel dimenticatoio più totale, e, forse in modo immeritato. Ci penserò io, prima o poi, a ridarle vita e a riproporla in una veste infinitamente migliore di quella del freddo Gennaio 2003. Anche solo per ascoltarmela da solo, di notte, in cuffia.

(*) dovevano esserci Toni Esposito, Adriano Pappalardo, Ric & Gian, Carmen Russo, Bruno Lauzi  e addirittura Jose Altafini. C’eravamo io, S, l’Amico Di Tutti e un certo Domingo. Wow, eh?

10) Uranium Girl

Monday, March 1st, 2010
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Entusiasmo, si diceva. Ebbene sì, in quei giorni dell’Autunno 2002 l’entusiasmo regnava al punto tale che non mi rendevo conto di quante bistecche, io e la mia Socia, avremmo dovuto mangiare prima di arrivare a qualcosa di veramente fruttuoso e fruttifero: nonostante l’indubbia qualità dei brani prodotti fino a quel momento, non avevamo ancora neppure iniziato. Ad esempio, non avevamo ancora prodotto alcun brano forte, intendendo con questa espressione un brano di buona fattura che fosse anche commercially appealing, un vero e proprio singolo per il futuro disco solista di S (ancora se ne parlava seriamente…). “The Edge Of My Mind” e “Time” (altro brano in lavorazione in quei giorni) erano decisamente superiori alla media ma non “forti” abbastanza.

Il primo vero brano “forte” fu “Uranium Girl“, brano esplicitamente Dance (in quei giorni si pensava che il disco solista di S dovesse essere un disco Funk Soul Dance; nei mesi successivi, invece, si tornò a parlare di un progetto Latin, e anche per questo nei mesi successivi ebbi il compito di riarrangiare e dare un testo a “Besiño“) da noi scritto con la stessa tecnica che avevamo precedentemente adottato per “October Dance“: io, a casa mia, incidevo una base strumentale completa e lei, a casa sua (ma in mia presenza) si inventava una melodia che “ci stesse bene”. Allo stesso metodo, peraltro, siamo successivamente tornati di tanto in tanto: nel 2007, ad esempio, abbiamo sfornato “Starting Over“, brano decisamente sottovalutato.
A differenza di “October Dance”, nel quale mi divertii semplicemente a creare un’atmosfera acid jazzy con accordi di undicesima e qualche furente loop dance della mia Roland 909 (Reason non sapevo nemmeno cosa fosse, ai quei tempi), in “Uranium Girl” creai una struttura fatta di strofe e bridge con stacchi e momenti di pausa / attesa per i successivi ritornelli che volli fossero esplosivi. La base armonica del tutto, un’originalissima sequenza di accordi di cui vado estremamente fiero, che avevo concepito anni prima (1996) per il brano “Watermelon Woman” e che usai anche – ma in pochi se ne sono accorti – nella già citata “Starting Over”.
Altra importante differenza con “October Dance”: l’armonia del ritornello letteralmente non diede molta libertà melodica alla mia Socia: in pratica, la melodia del ritornello esisteva già, era dentro all’armonia. Lei la sentì subito e la fece sua.

Anche questo è un esplicito segno della magica comunione d’intenti e di musicalità tra me e S: io arrivo da lei con un’idea precisa in mente, ma non gliene faccio menzione; aspetto semplicemente che sia lei a tirarla fuori. Alcune volte lei, magicamente per l’appunto, tira fuori la stessa identica cosa che avevo in mente io. Altre volte lei s’inventa qualcosa di simile e addirittura migliore di ciò che alberga nei miei neuroni. Non esiste alcuna spiegazione scientifica per questo, e non posso nemmeno chiamarla affinità, perché, quanto a cultura e a ideazione musicale io e S siamo agli antipodi: i brani che scriviamo singolarmente sono quanto di più diverso possa esistere, anche se col tempo ognuno dei due ha di sicuro mutuato qualcosa dall’altro (capita, ad esempio, che io in un mio brano infili inconsciamente un occhipintismo, come ad esempio un giro dispari di battute o una battuta di cinque o sei quarti intercalata in una certa posizione; allo stesso modo, non è raro trovare un accordino beppesco a dieci dita in un suo brano!). Quando ci mettiamo a scrivere assieme, avviene un avvicinamento dei due cervelli e delle due musicalità: ognuno dei due si adatta all’altro, e ne nascono sempre brani interessanti.
Certo, può anche accadere che uno dei due tenda più o meno consciamente a prevalere sull’altro, ma è davvero raro che io e S litighiamo o discutiamo su un accordo o su una melodia.

Insomma, arrivai ai Made Up Eyes Studios con questa base Dance e lei, senza nemmeno ascoltarla dall’inizio alla fine, attaccò a cantarci sopra: in due ore il brano fu completo di voci, cori e tutto. Il titolo provvisorio fu “Radio time” dalle uniche parole in vero Inglese pronunciate da lei – e per inciso la parola “radio” compariva anche in “October Dance” – ma io, nei giorni successivi, ebbi l’idea di una radioactive girl ouranium girl, ossia una ragazza radioattiva, di uranio.
Nella mia mente, la protagonista del brano confessava il suo amore a un uomo dicendogli che da quando lui era comparso nella sua vita lei era diventata letteralmente radioattiva. Idea un po’ pazza, ma di sicuro diversa da quanto io avessi mai avuto in mente in precedenza.
Scrissi quindi un testo e feci cantare nuovamente il brano a S. Il titolo, allora, era “Radioactive Girl“, ma decidemmo testé di cambiarlo definitivamente in “Uranium Girl”. Al riascolto della nuova versione contenente il mio testo, fummo entrambi presi da brividi: il brano era tosto, coinvolgente; la melodia era orecchiabilissima, l’armonia interessante e velatamente jazzy, e, cosa più importante di tutte, “Uranium Girl”era un brano da ballare con entusiasmo.

La nostra impressione non era stata ingannevole: Chi Di Dovere ne fu molto impressionato e disse che “Uranium Girl” sarebbe stato un ottimo primo singolo per il disco di S. Unico neo, il mio testo non gli piacque gran che; in quei tempi io e S stavamo ancora lavorando con l’Amico Americano che già aveva scritto il testo di “Sometimes / I Wonder” e di “Ego“: decidemmo quindi di sottoporgli il brano, e lui in pochi giorni elaborò un testo di molto più interessante del mio (contenente anche dei doppi sensi! A me la cosa piacque: fosse per me infarcirei ogni brano di maialate mostruose!). Il testo dell’Amico Americano ricevette pollice alzato e Chi Di Dovere iniziò a lavorare su “Uranium Girl”: non essendo stato il brano inciso facendo uso del midi ed essendo le mie tracce audio totalmente fuori click – poi scoprii perché: il click della Roland 909 non è per nulla preciso!!! alla faccia di quanto mi era costata nel 1997, non poco! – fui finalmente chiamato a Est nello studio di Chi Di Dovere a suonare una nuova parte di piano. Era il Dicembre 2002, e in quell’occasione conobbi finalmente colui che in questo e negli altri blog chiamo “il Capo”, “Chi Di Dovere”, “Qualcuno Che Ne Sa Più Di Me” etc etc.

Nei mesi successivi sembrò davvero che “Uranium Girl”, “The Edge Of My Mind“, “Ego”, “Sometimes” ed altri brani come “Tradimento” potessero vedere in tempi brevi la luce su CD, e “Uranium Girl” fu affidata alle talentuose mani dell’Arranger che, dotato del file midi da me inciso nello studio di Chi Di Dovere, scrisse un arrangiamento totalmente adeso al mio: in pratica, non si inventò nulla di nuovo e, con mia grande sorpesa, lasciò intatti tutti i miei accordi del ritornello, così caratteristici e così particolari da non dare a nessuno la benché minima possibilità di cambiarli. Erano i primi mesi del 2003, e io nel frattempo ero entrato a pieno titolo nell’Acoustic Family, l’allora band di S capitanata dall’ottimo chitarrista Andrea Bettelli. Tra l’altro, io fui presente nello studio dell’Arranger mentre la mia Socia eseguiva una ovviamente ragguardevole performance vocale di “Uranium Girl” col testo dell’Amico Americano, e non persi l’occasione di osservare attentamente il modo in cui l’Arranger lavorava: io allora ero ancora totalmente alle prime armi in fatto di incisione digitale, e di certo la ricchezza della strumentazione del suo studio mi spaventò alquanto, ma proprio nel corso di quella sessione di lavoro (a ciò aggiungiamo le similari sessioni per “Sometimes / I Wonder”, “Ego” e “The Edge Of My Mind”) cominciai ad imparare un sacco di cose che mi furono più che utili successivamente, ossia da Aprile 2003, quando finalmente acquistai due software che ora sono per me indispensabili: NuendoReason.

Di “Uranium Girl” (come di tanti altri brani e come anche del progetto discografico di S), non si parlò più fino all’Autunno 2006, quando – mesi e mesi prima dell’affacciarsi nelle nostre vite del “Progetto C” – S pensò seriamente alla possibilità di allestire un progetto discografico Funk Dance per gli Zodiac, il nostro nuovo gruppo, fondato nell’Estate precedente e che in quei giorni era la resident band del Muffaffè. Tra i brani che io e S scegliemmo per un futuribile discorso discografico per gli Zodiac c’era anche “Uranium Girl”, che però, sia nella nostra primitiva versione del 2002, sia in quella riarrangiata dall’Arranger nel 2003, era decisamente troppo Techno – House per andare d’accordo con lo stile della band.
Fu quindi mia decisione e mia premura incidere una terza versione del brano a una velocità minore (115 bpm contro gli originali 130).
Il lavoro fu piuttosto massacrante, perché l’Arranger, che nel frattempo era letteralmente sparito dalla circolazione, non ci aveva fornito le tracce vocali che erano state incise tre anni e mezzo prima nel suo studio; parimenti, le tracce vocali precedentemente incise ai Made Up Eyes Studios non esistevano più (morte in uno dei troppi crash dell’eMac della mia Socia). Tutto quello che possedevo nei miei CD di backup erano le tracce vocali della versione col mio testo incisa nell’Autunno 2002. All’ascolto fui preso da sconforto scoramento e raccapriccio: quelle tracce vocali erano state incise altissime, per cui il suono era spesso ampiamente distorto; erano – ovviamente – a 130 bpm (circa 130 bpm, per l’esattezza, fanculo alla Roland 909!!); la mia Socia, inoltre, aveva cantato senza cuffie, per cui nel sottofondo c’era, ben udibile, la vecchia base strumentale. Era da pazzi tentare di intraprendere un lavoro simile? Sì, lo era, ma qualcuno doveva pur farlo.
Provai dapprima a rallentare la tracce vocali di S da 130 a 115 bpm, ma anche l’ottimo Nuendo non mi consentì di trarne qualcosa di utilizzabile: la cattiva qualità delle tracce stesse e la presenza della disturbante vecchia base in sottofondo produrono un effetto decisamente orrendo quando portai il tutto a 115. L’unica possibilità era spostare sulla griglia tutte le sillabe del cantato di S. Ci vollero ore, ma ce la feci.
La seconda cosa da fare fu migliorare la qualità delle tracce vocali, eliminando tutti i “bonk”, tutti i respiri stertorosi di S e minimizzare il disturbo dato dalla vecchia base strumentale ancora presente in sottofondo: lavorando di gain e di equalizzazione frase per frase ottenni delle tracce vocali finalmente adatte allo scopo, e su queste allestii la nuova base strumentale, che, dovendo essere ben più Funky di tutte le altre, arricchii con un Clavinet Wah Wah e di cori che non esistevano in nessuna delle versioni precedenti (li cantai io, beninteso!). Decisi inoltre di tenere buono quello che aveva fatto l’Arranger nella sua versione del 2003, ossia un ostinato di archi nell’ultimo bridge prima del finale, e ne venne fuori qualcosa di davvero buono. Non buono come l’avevo in mente, però. Mancava qualcosa. E capii velocemente cos’era quel qualcosa: mancava una chitarra funky.

Fu così che chiamai ai Genius Studios l’immane eroe della chitarra, Manfredi “Munphrey” Tumminello, che in pochissime ore carpì e capì perfettamente lo spirito e l’armonia del brano ed incise una parte di chitarra semplicemente perfetta. Ora sì, “Uranium Girl” era come avrebbe dovuto essere fin dal principio. E’ vero, io stesso la avevo concepita come un brano House a 130 bpm, ma in quella nuova versione del 2006 era mille volte meglio.
Con mia enorme sorpresa, a S questa versione di “Uranium Girl” non piacque. Incredibilmente la trovò “troppo lenta”. E “troppo lenta” risultò anche alle orecchie di Chi Di Dovere. Trovai la cosa molto strana: nelle nostre intenzioni il disco degli Zodiac doveva rifarsi agli anni ‘70, giusto? Bene. Ora, vi do un premio se mi trovate un brano dance degli anni ‘70 a 130 bpm. Niente premio: negli anni ‘70, 130 bpm erano una velocità impensabile (magari per gli Area no, ma non volevamo certo fare della Progressive!!)

Quando nella Primavera 2007 si è iniziato a parlare del “Progetto C”, “Uranium Girl” vi è stato inserito senza indugio e nella Primavera del 2009 – purtroppo mantenendo lo scheletro costituito dall’originale sfortunato arrangiamento del 2002 – si è iniziato a lavorare alla quarta versione del brano, il cui nuovo titolo è “Live Like A Child“. Il brano nella veste attuale – da me ascoltata in anteprima in studio nel Giugno 2009 – è ancora trascinante e può solo migliorare; io, però, continuo a preferirlo più lento e più R’n'B. Chi vivrà vedrà, e ascolterà. Forse.

Ancora E Ancora

Wednesday, January 16th, 2008
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Completata “Have You Ever” con un’eccellente prestazione vocale della Proba S, si è abbozzato un pezzillo nuovo, dal titolo “Find Me“, che nei prossimi giorni ci (mi) darà del filo da torcere per un inatteso e inusitato cambio di tonalità che devo ancora capire come strutturare. Per intenderci, è uno di quei pezzilli Soul che – oramai – solo noi siamo in grado si sfornare senza soste e senza cali di rendimento.


E NO CHE NON MI ANNOIO


(e non mi rompo)


In attesa dei commenti del prode Gian de Martini, autore del testo di “Have You Ever“, rieccomi ad interessarmi di un major job su un brano che, di per sé, non costituisce – lo dico sapendo di rischio occhiatacce da chi originariamente lo scrisse – un major work. Trattasi di “Angel In Red And White“, brano a cui sono affezionato anche se il mio originale contributo consistette esclusivamente nella co – stesura del testo nell’Estate 2004: così com’era nella versione di quei tempi, a metà tra Pop, Rock e Country, il brano era piacevole e fresco, ma personalmente mi lasciava un po’ d’amaro in bocca perché non decollava come avrebbe potuto. In queste settimane, quindi, l’ho ripreso in mano, l’ho risuonato daccapo – e non biasimatemi per l’attuale assenza per la pur valida parte di chitarra dell’ottimo Andrea Bettelli: se la sua chitarra non c’è più è solo perché i relativi aiff sono andati persi in un drammatico hard disk crash – e ho deciso di percorrere strade per me nuovissime, partendo dalla considerazione che talora per far volare un brano senz’ali bisogna dotarlo di elementi ad esso totalmente estranei. Così ho fatto, in una maniera che non posso qui descrivere (perché so che mi copiereste l’idea, brutti macachi) ma che posso definire vivamente ed elegantemente oltraggiosa.

Sono all’ascolto, in questo stesso istante, della versione 4.4.3 e devo dirlo, quando mi ci metto io di buzzo buono riesco sempre a sorprendere me stesso. No, non così tanto da dirmi “bravo“, ma da sentirmi un po’ più fiero di me stesso sì. C’è ancora un bel po’ di lavoro da fare (soprattutto l’inserimento dei cori originari di S, e sarà un lavoraccio: come immaginavate, ho cambiato il novanta per cento degli accordi), ma è un lavoro che amo e che mi piace fare.


Altro lavoro incombe per “Trust In Me“, che non ha ricevuto un sostanziale yesda Chi Di Dovere ma che resta un pezzaccio “di quelli che solo noi riusciamo a etc etc“, ma prima la mia Socia vuole avere una base – fatta – come – si – deveper la finora negletta “Find Me“.

Come vedete, non ho certo di che annoiarmi.

A Mente Lucidissima

Saturday, November 17th, 2007
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Le tre metà


Riprendendo le considerazioni da me fatte alcuni giorni orsono, dovrei desumere che gran parte del lavoro che sto portando avanti (tra mille difficoltà, perché il tempo che ho a disposizione attualmente è piuttosto limitato) è ancora da ascriversi al periodo dell’idealismo onanista, periodo al quale dovrei porre fine.

Mi riferisco a quella parte del mio lavoro riguardo alla quale ancora in molti mi chiedono “perché lo fai?“, ossia il continuare a migliorare arrangiamento e rendition dei già tantissimi brani del nostro Repertorio 2002 – 2007. Dei perché ho già parlato in questa sede e non intendo ripetermi (scovate nel presente blog i post relativi all’argomento), mi limiterò a dire che mi risulta difficile, se non addirittura penoso, pensare di lasciare i vecchi brani nella loro attuale, povera, poco fantasiosa, per nulla brillante ed in ultima analisi deludente veste. Dare la miglior veste possibile all’intero Repertorio è ancora per me un dovere, se non nei confronti di noi stessi che ci abbiamo speso anima e corpo, nei confronti dei brani stessi.

Certo, questo cozza con le due metà della tristanzuola realtà: 1) la maggior parte di loro resterà inedita per sempre, 2) i brani che non resteranno inediti subiranno trasformazioni radicali che non terranno minimamente conto del mio lavoro di giorni, settimane, mesi, anni. A ben pensarci, in barba all’aritmetica, c’è anche una terza metà: 3) da parte di questo lavoro io non guadagnerò nulla, nemmeno nei termini di “pura soddisfazione“.

Un timido esempio: “Fight“.

“Fight” è un brano scritto da S e da Andrea Bettelli, ed è un brano assai bello. Io vi ho contribuito scrivendo il testo assieme a S e a Midori, nulla di più, ma è stato il mio arrangiamento a convincere definitivamente Chi Di Dovere ad aggiungere il brano al Progetto C: la primitiva versione, seppur deliziosa, non rendeva giustizia a “Fight”, ed il mio arrangiamento ne ha preservato la semplicità dandole semplicemente più sapore ed aggiungendole quel po’ di lirismo e drammaticità, soprattutto nell’ultimo ritornello. Non sto dicendo che senza il mio arrangiamento “Fight” sarebbe rimasta inedita (fine che faranno, purtroppo, altri brani altrettanto belli), però è stata una grande soddisfazione sentire, nella versione ufficiale del Progetto C, varie parti del mio arrangiamento tenute tali e quali: ciò ha voluto dire che il mio lavoro è stato ben condotto e di valore. Essendo però il nuovo testo ed il nuovo arrangiamento farina del sacco di Chi Di Dovere, difficilmente vedrete il mio nome associato ad alcuna parte del brano. In paucis verbis, ci ho lavorato totalmente gratis et amore.

Per il discorso che feci qualche giorno fa, questo è il classico esempio di cose – che – non – devo – fare – più. Il problema è: questo vuole forse dire che, oltre a spegnere l’ego, l’amore per la – musica – e – i – brani – in – quanto – tali per diventare un professionista vero mi devo trasformare in una sorta dimercenario senz’anima e senza cuore? La vedo dura. Non riesco a non innamorarmi di un brano bello e magico, sia che lo abbia scritto io, sia che lo abbia scritto S da sola, sia che lo abbiamo scritto assieme.

Ecco perché andrò avanti ad oltranza a sistemare i vecchi brani, ben sapendo che in alcuni casi non me ne verrà in tasca nulla se non un riconoscimento di valentia e di coerenza che sarò io stesso a farmi, una di quelle rare volte che non posso fare a meno di dirmi bravo da solo.


Siccome poi è da un mese abbondante che non facciamo un cazzo, oggi io e la Proba Socia torniamo in azione per scrivere un brano da aggiungere al Progetto C. Dopo le cose pensate e scritte in questa sede, il lavoro di oggi è un bel banco di prova: valuterò con attenzione le mie stesse reazioni emotive e vedrò se sarà il caso di spaventarmi nel caso in cui io sentissi che si sta perdendo parte della magia meloarmonica che ci ha fatti incontrare e lavorare gomito a gomito per cinque anni e tre mesi. Non è un pericolo che mi sto inventando, è un pericolo reale.

…Rischio di perderci gusto, gente. Di stancarmi. Di non avere più voglia di scrivere alcunché. Qualcuno mi ha detto che succede a tutti i professionisti. La cosa è troppo triste e deprimente perché io non cerchi a tutti i costi di evitarla.

L’Arrangiatore, Questo Sconosciuto

Friday, March 4th, 2005
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Toh, sembra che ci abbiamo preso in pieno, il Supremo ha gradito supremamente il nostro lavoro (”The Answer“) a tal punto che tra una sessione e l’altra di “Surrounded” (brano Occhipintesco al quale lui ed S stanno lavorando ai Pig Sound Studios) se lo è ascoltato e riascoltato una decina di volte. Altri prodotti della Premiata Coppia, come “Everybody Says No” non hanno incontrato la medesima accoglienza e sono finiti nel cassetto… ma non si sa mai…


Nel frattempo l’Arranger è al lavoro su “Burning Time“, brano scritto a sei mani assieme al prode Andrea Bettelli, e sta incontrando alcune difficoltà legate al fatto che il Capo esige che rispetto all’originale versione non cambi nulla.

Ora, mi viene spontanea una riflessione sul ruolo dell’arrangiatore. A rigor di logica, l’arrangiatore dovrebbe al tempo stesso tener conto dell’originale struttura del brano così come è stato scritto e migliorarlo, renderlo più liscio, più morbido, più interessante, ed è in questo senso che deve anche operare, a mio avviso, una sorta di “riscrittura” del brano, in termini di armonia, soprattutto. Ergo, la figura dell’arrangiatore è quella di colui che deve essere se stesso nell’atto di arrangiare un brano. Certi brani, però, come “Burning Time” per l’appunto, sono talmente “pronti” già al primo colpo che ritengo davvero arduo trovare quel qualcosa che li completi… non puoi modificarne gli accordi, la struttura, l’armonia, proprio perché l’autore (l’autrice in questo caso) aveva le idee talmente chiare che il brano è semplicemente da suonare in maniera più professionale e basta. Anche per motivi come questo (va beh, c’è anche il fatto che non ho la strumentazione adatta) mi rendo conto che il suo (quello dell’arrangiatore, intendo) è uno dei lavori più difficili del mondo: non solo devi saperci fare ed arrivare a “capire” un brano, devi anche possedere un’elasticità mentale pressoché infinita e saper padroneggiare in un’infinita varietà di stili, sapere cosa devi fare e sentire perché.

Da questo punto di vista, bisogna ammettere che io e S non gli rendiamo le cose per niente facili.. i nostri demo sono bene e spesso vicini al rasentare la perfezione, non perché suonati da Dio (ci mancherebbe, come strumentisti siamo due taglialegna) ma perché il brano, uscendo dai Made Up Eyes Studios e Genius Studios vivono già di vita propria: sarebbe molto più semplice fare dei demo scarni, du’ vocette e ‘na chitarriella, ma io e S indulgiamo in una sorta di “perfezionismo primitivo”, con batterie, basso, chitarre, piano, archi, trombe e trombette, tappeti, zerbini, scendiletto, loop pazzeschi, tutte cose che possono piacere o non piacere, ma in uno stile e in modi così ben definiti, spesso cangianti e sorprendenti che mi vien da pensare che dopo tutto siamo così ben avviati che ci permettiamo il lusso di strafare, di prendere sulle nostre spalle competenze altrui: in poche parole, due pazzi esagerati. Ma non possiamo farne a meno: nell’istante in cui il prodotto del concepimento (questa mi piace, eh eh) prende forma i nostri pervicaci telencefali iniziano già a prefigurarsi la struttura dell’intero brano elaborando varie possibili soluzioni che non entrano più nel novero dell’atto compositivo ma si spingono più in là.

Effettivamente, stiamo esagerando, e il Capo bene e spesso rimane stupito dai passi da gigante che abbiamo fatto in due anni e mezzo.

I Giochi Sono Fatti?

Friday, January 30th, 2004
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Easter Egg” è venuta davvero bene, e anche se so che tutte le ore che ho passato a lavorarci sopra non sortiranno l’effetto previsto (devo ancora sapere da S qual è stata la sua reazione, ma la immagino già) sono molto soddisfatto e fiero: altro fieno in cascina per la premiata ditta B+S per il futuro. Ok, mi è stato detto che per l’album “i giochi sono fatti“, ma l’esperienza m’insegna che non si deve mai dire mai: infatti, “Uranium Girl“, che a più riprese è stata nominata “primo singolo dall’album” è uscita dal progetto per prendere strade che – se venisse confermato ciò che mi è stato detto – potrebbero rivelarsi entusiasmanti, così come “Tradimento” – brano scritto da S con Andrea Bettelli – che fu tra i primi pezzi a venire arrangiato dall’Uomo di Cento.
Negli ultimi dodici mesi il Progetto di S ha preso strade completamente diverse: da “album Latin” (vedi “Besiño” e “Tradimento”) ed “album Dance / R’n'B” (vedi “Uranium Girl”, “Pocket Girl“) all’attuale stato di “album Pop Classicheggiante”: se uscisse oggi, il CD di S conterrebbe i seguenti brani (quelli in cui c’entro io sono contrassegnati da un asterisco):
The Edge Of My Mind *
Vexation And Solution
Hot Dog *
Free Sailing *
Chocolate Bunny *
One Year
Surrounded
Hidden Treasures *
The Answer’s Within *
Sei su nove è una buona media se si considera che non ho mai ancora realmente messo un piede fuori dallo status di “indie” e dal web, ma sinceramente non so se posso dire la stessa cosa considerando il numero – e la qualità dei miei / nostri brani scartati, ecco un elenco:
“Time”, “Take It Over“, “Uranium Girl”, “Ognuno E’”, “Besiño”, “I Don’t Believe It”, “To Be You”, “Pocket Girl”, “No Love”, “Living For Nothing Part 3″, “Chocolate Tears”, “Still Want To Love You”, “Shopping Spree”, “Reason”, “Easter Egg”, “Never’, “Steal My Breath”, “Blatant Lies”, “April”, “November Whispers”, “Come Lei”, “Ora E Mai”, “Heat Me” e “Disease Of The World“.
Effettivamente è un elenco impressionante, e chi ha sentito i brani è d’accordo con me: ognuno di loro è meritevole di pubblicazione. Certo, il Supremo ha le sue ragioni – indiscutibili, per carità -: alcuni sono troppo “Bygonesque”, altri troppo Funky, alcuni c’entrano poco nulla col Progetto, altri invece sono “poco commerciali”: a questo proposito devo però fare una considerazione: io sono un autore, non posso occuparmi della “commerciabilità” di un brano. Io scrivo e tutt’al più arrangio. Se si volesse fare un album bruttino con roba copiata da quello che si ascolta in radio, beh, io non saprei da dove iniziare, credo di avere un mio stile ed anche di avere delle possibilità di crescere e maturare, ma tendo sempre e comunque all’originalità, e quando tiro fuori un nuovo brano dal mio cilindro è perché credo che sia un brano valido, di schifezze inascoltabili o canzonacce da ascensore non ne sforno e non ne voglio sfornare.
E notate, nove per me è un numero insufficiente. Il minimo per un album Pop è dodici. Non so quali siano le intenzioni del Supremo, ma secondo me ci sono ancora tre – quattro posti liberi, e voglio che vengano occupati da alcuni dei suddetti “capolavori”. C’è chi parla di un “secondo album”, e di certo io e S sforneremo – e stiamo già sfornando – altri brani, ma questo è guardare davvero un po’ troppo avanti… :)

Per quanto riguarda “The Answer’s Within“, c’è un’altra magagna poco simpatica: io ho scritto il testo originale in Inglese, mentre il brano è stato depositato in SIAE con un testo in Italiano – non scritto da me (lo avrei scritto volentieri, anzi, avevo delle belle idee ma nessuno me lo ha chiesto). Ebbene, la versione Inglese risulterà un adattamento di quella in Italiano (mentre invece è vero il contrario), e questo comporta il fatto che i miei ventiquattresimi (che in origine erano ben sei) si assottiglieranno a uno / due al massimo. Cose che capitano.

Ebbene, nonostante le asserzioni “I giochi sono fatti”, io continuo a premere affinché i “capolavori perduti” vedano la luce su CD, musicassetta, vinile e quant’altro. Me lo devo, lo devo a S e lo devo ai brani stessi, su cui S e io abbiamo letteralmente sputato sangue. Ecco il perché dei nuovi arrangiamenti, insisterò e lavorerò ad oltranza perché tutti quei brani vengano pubblicati. E ripeto la magica parola: tutti.

Post Live

Tuesday, September 2nd, 2003
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Ah no? Ah te lo dico! Il Live a Rovigo è andato proprio bene e siamo stati tutti molto soddisfatti, questo ha rassicurato A. che ha mille nuove idee e mille nuovi progetti per l’AF.
Nel frattempo io continuo il mio diuturno lavoro (pezzi vecchi e nuovi per S, nuove incisioni per “Nadir“, nuove idee per brani, e anche la collaborazione con Alby sta andando avanti), massiccio e furente come non mai. Avevo programmato l’uscita di “ZENITH” su Ampcast per il mio compleanno ma devo ancora scegliere se includervi “A Temporary Moment Of Youth” (che i più informati sanno essere stato proposto – in versione italiana – a B.A.) e quindi credo di dover far slittare la data ai primi di Ottobre.
Fra l’altro ho scoperto di dover fare alcune modifiche a “Joe The Killer“, ora giunta alla versione 4.2… non sarà che sto diventando un po’ troppo pignolo?
Sto scrivendo il testo di “Besinho” e non è per niente facile, devo infatti ricorrere a “rime interne” a causa della struttura della melodia, tipico esempio della gioiosa anarchia compositiva di S. L’importante comunque è che il Supremo senta la nuova versione con bonghi e congas e, anche se è possibile che venga data ad altri artisti, tengo molto a questo lavoro perché il brano è di quelli che spaccano, sarebbe un delitto chiuderlo in un cassetto!