14) November

March 9th, 2010
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Autunno 2002: all’improvviso subentrarono altri impegni. La stessa S che aveva voluto lavorare tutti i giorni, probabilmente visti i ragguardevoli risultati, si dedicò per qualche tempo alla sua attività live con la sua Acoustic Family, che andai ad ascoltare varie volte e alle cui prove fui spesso presente, e alla tv, apparendo in un programma mediaset.

Fu  che lei incontrò L’Amico Di Tutti. Un tipo di qualche talento ma dalla personalità grandemente problematica, di quelli che, se fai attenzione a quel che dicono, appaiono totalmente incapaci di parlarti bene di qualcuno: è come se per contratto fossero o si sentissero obbligati a sparare merda su chiunque: “Quello è uno stronzo, quell’altro è uno scemo, quella è una troia, quell’altra è una deficiente, etc etc“. E va beh, cavoli suoi, pensai. Lui agli inizi fece di tutto per farmisi amico, poi quando si rese conto che sì, gli davo corda ma in realtà lo ostacolavo nei suoi miserrimi propositi, iniziò pian piano a denigrarmi agli occhi di S, a trattarmi a pesci in faccia. Se per lui, quindi, nei primi tempi il “mondo” della mia Socia era stato una terra da conquista (qualcuno ha detto che per conquistare una donna devi anche conquistare i suoi parenti e amici, ma secondo me è una cazzata), al punto tale che L’Amico arrivò a scrivere un testo in Italiano (bruttissimo, peraltro – io però mi guardai bene dal dirglielo) per “The Edge Of My Mind“, visto e considerato che il fare S musica con me era un ostacolo ai suoi desideri, da un certo momento in poi io divenni il suo Nemico Numero Uno. Da allora costui si mise a fare di tutto, di più perché S smettesse di fare musica con me. E S, che non è scema, gli rispose sempre a pernacchie e mostrando il dito medio della mano destra. Furono litigi e strepiti tra i due, quasi ogni settimana, ogni volta che lui si ripresentava a proporle progetti musicali ancora più improbabili e campati per aria del già citato “Progetto China” (vedi “Heartbeat“).
Insomma, grazie all’Amico Di Tutti (ora credo che sia chiaro perché lo chiamo così :) ), da un momento all’altro il nostro lavoro si rarefece. E non fu solo lui motivo di disturbo e di interruzione della creazione del nostro repertorio, dopo un po’ arrivò anche, con idee ancora più balzane, la Regista – ma di lei parlerò in un altro post – e, dulcis in fundo, anche i due Artisti Modenesi che sì, avevano fatto fino a quel momento un proficuo lavoro assieme a S, ma che da quel momento in poi non produssero più nulla né di interessante né di monetariamente utile.

Dovendo vendere la sua merce (finta) per avere altra merce (vera, chi ha capito ha capito), l’Amico Di Tutti intraprese quindi il suo tentativo di allontanare S dal sottoscritto, e da quel momento in poi per portarle un brano da cantare o per finirne un altro, dovetti infilarmi in un’agenda che lui aveva cominciato a riempire d’altro. In una di queste occasioni, portai a S un pezzillo in stile Acid Jazz, che alla fine prese il nome di “November“.

Due considerazioni da fare: siccome alcuni dei brani proposti fino a quel momento a S erano stati considerati troppo Acid Jazz (frase senza senso, come già ho detto in un altro post: è come dire che in “Yesterday” ci sono troppi violini, e anche se interpretata come troppo Acid Jazz per S è un nonsenso comunque: la mia Socia può cantare qualunque cosa e scrivere brani in qualunque stile, dal Pop alla Tarantella -> è successo davvero, vedi “Giudicare“), perché mai ho proposto un brano Acid Jazz a S? Perché già allora le disposizioni emanate dall’alto, proprio perché filtrate attraverso la mia volonterosa – ma mai molto brava a spiegarsi – Socia, erano fumose, vaghe, scarsamente convinte e motivate, spesso lacunose o riferentisi a modelli molto ma molto vaghi, come quella volta che disse “Io e L’Amico Di Tutti abbiamo scritto un pezzo in stile Moby, ascolta qua“. Ascoltai il pezzo (e io di Moby ho tutti i CD) e di Moby non ci trovai un bel niente, neanche un’unghia incarnita.
Siccome le disposizioni sul da farsi erano vaghe, io decisi scientemente di essere me stesso e di scrivere quel cazzo che mi pareva. Ecco perché portai “November” a S: come già per “Uranium Girl” e “Dance Ottobre“, io avevo scritto una base completa, a lei il compito di scriverne la melodia. In poche ore una S che non aveva dormito la notte precedente per lavorare con i due Artisti Modenesi (quelli già descritti nel post su “Heartbeat”) confezionò un gioiellino in stile Incognito che piacque molto a entrambi.

Ovviamente, quando arrivò il responso dall’Alto, fu: “Non è adatto“, ma io nel frattempo avevo già fatto il callo ai Grandi Rifiuti, e per un bel pezzo questo fu di stimolo a insistere, a darci dentro: non tanto con l’Acid Jazz, quanto ad aumentare gli orizzonti del mio – poco o molto che sia – talento compositivo: nel tempo, produssi un’infinità di brani in un’infinità di stili, dal Pop al Rock, dal Jazz alla House più pesante, dalla Fusion al Valzer Lento, dal Tango alla Filuzzi alla Drum’n'Bass, e, badate bene, a tutt’oggi devo ancora portare molti di questi brani (di cui vari completi, con melodia testo e tutto) a S. Non perché non ce ne sia stata l’occasione, ma perché – come già allora intuii – non c’è nessuna fretta. Da un certo punto di vista, qualcosa allora mi diceva che avrei dovuto aspettare, aspettare, aspettare.

“November” se ne rimase lì buona ed aspettò fino al Marzo 2007, quando, nel mio mai indugiante desiderio di dare nuova vita e nuova forma ad ognuno dei nostri figliuoli musicali, decisi di riarrangiare e suonare daccapo il brano, rendendolo se possibile ancor più BlueyMaunickiano di quanto non fosse stato già nella mia mente quattro anni e mezzo prima. Esagerai grandemente, infarcendo “November” con una parte di basso che probabilmente non avrebbe stonato in alcuni dei brani di “Positivity“, con synth ed archi come Zio comanda e, per la prima volta, costruendo nuovi cori trattando quelli originali incisi da S nel Novembre 2002 con un vuessetì dal nome Melodyne. All’ascolto, mi si aprì sul viso un sorriso da orecchio a orecchio, perché sapevo che “November” era uno di quei brani che non dovrebbero mai venire gettati in un cassetto e lasciati lì a marcire con vile e vergognosa ignominia.
Pieno di entusiasmo, alla prima occasione portai a Chi Di Dovere un CD col brano, e con mia grande sorpresa trovai una S che diceva “No, dai, lo ascoltiamo un’altra volta“. Io me la presi tantissimo, feci la faccia feroce ed ottenni che il brano venisse ascoltato. Una volta tanto, aveva ragione lei, non era il momento adatto per proporlo, ma avevo dentro un fuoco sacerrimo (no, il VZV non c’entra – se avete capito questa, potete proseguire la lettura del blog), l’orgoglio di sapere di avere fatto un buon lavoro, di avere riportato in vita un brano che, se non fosse stato per me, sarebbe rimasto nell’ignava veste del 2002. Ora, a mente fredda, penso: magra soddisfazione, ma quella sera io ero lì solo ed esclusivamente perché quel CD con quel brano fosse messo nel lettore e fatto suonare a tutto volume. Non servì a un cazzo, così come non servì un cazzo ascoltare anche un altro brano, scritto pochi giorni prima, rimesso a posto e riportato a nuova vita. Eppure entrambi erano semplicemente ragguardevoli, impossibile ignorarli.

No, in realtà ignorarli era possibilissimo, perché, con mio sommo dispiacere, fu proprio ciò che accadde, e fu un altro piccolo dolore scoprire che la stessa S si era totalmente dimenticata dell’esistenza del brano.
In quegli stessi giorni della Primavera 2007 cominciai a chiedermi se davvero valesse la pena passare tante ore a ridare nuova veste e nuova vita a brani già scartati. Da un lato, mi era stato detto – e me lo era stato detto chiaramente, senza possibilità di fraintendimento alcuno – che tutto può servire, tutto può avere una collocazione. Dall’altro, era un lavoro che solo in un caso aveva portato a qualcosa: parlo di “Time“, riconsiderata proprio grazie al mio riarrangiamento (messa, come abbiamo visto qualche post fa, nelle mani dell’Arranger nel 2004 e poi posta nel dimenticatoio, fu di lì a poco – Estate 2007 – riportata in auge per il “Progetto C“, per poi venirne estirpata definitivamente).

Che ne è, quindi, di “Novembre”?
E’ in un cassetto, e probabilmente nessuno avrà mai voglia di tirarla fuori, forse nemmeno io, che ora come ora ho sentimenti fortemente contrastanti nei suoi riguardi.
All’ascolto, talvolta mi appare come un affascinante pezzillo che sarebbe un peccato mortale buttare vita, talvolta come una cacatina che – al massimo della gentilezza – può essere definita come caruccia ma nulla di più. Questo è perché nel frattempo, istigato da altri, ho iniziato, ahimé, a distaccarmi dalla mia stessa musica.
Ho smesso insomma di affezionarmi ai brani nuovi e cominciato a disaffezionarmi a quelli vecchi. E l’ho fatto per due motivi: il primo è per salvaguardare me stesso da delusioni e tristezze infinite: continuando a considerare le canzoni come figlie mie, avrei avuto ed avrei nel cuore un eterno tumulto e un acre dolore tutti i giorni della mia vita, per tutta una serie di validi motivi che sarebbe qui deleterio e deprimente elencare.
Secondo motivo, per essere dei veri professionisti bisogna essere quanto più freddi e calcolatori possibile; la consegna, per il professionista, è scrivere a comando, lasciare da qualche altra parte il cuore, la passione, l’ispirazione. Professionismo, a quanto pare, è: siediti alla tastiera e scrivi, punto. Mestiere, puro mestiere, senza cuore e senza anima. E se poi proprio sale dal cuore l’ispirazione per un pezzo pieno d’anima, tenerselo per sé e dedicarlo alla morosa, amen.
Chi avrebbe mai pensato che io potessi mai dire una cosa del genere, eh? Eppure questo è ciò che ho imparato in questi anni. La musica è merce. E’ un prodotto da vendere. Punto. Ok, intristitevi pure.

13) The Trap

March 7th, 2010
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Con lo stesso bizzarro (non per noi, s’intende) metodo con cui avevamo scritto “Time“, in quell’Autunno 2002 io e S iniziammo la composizione di un brano dalla vita non facilissima: “The Trap“, brano nei confronti dei quali nutro, a distanza di anni, sensazioni che definire contrastanti è un eufemismo.
Basically, S iniziò il brano con lo stesso identico metodo in cui aveva iniziato “Time”: ossia cantando la prima cosa che le venisse in mente su un pattern di batteria (per inciso, lo stesso pattern di “Time”) e dando poi a me il compito di terminare il lavoro di scrittura.
Rispetto a “Time”, “Jeff Beppe” (non ridete: certi titoli inventati o proposti dalla mia Socia sono ancora più strani) era molto più semplice: una melodia che sottendeva lo stesso giro armonico ripetuto più volte.
Detto giro armonico, che avevo già individuato nel mentre che la mia Socia, aggrappata al suo Shure, s’inventava la melodia, altro non è che la sequenza discendente a partenza da accordo minore presente in “While My Guitar Gently Weeps” di George Harrison, qui però dilatata ad avere un accordo ogni due battute anziché ogni una come nel celebre brano Beatlesiano.
Come era ovvio, non tenni lo stesso giro armonico per tutto il brano, scegliendo di usare accordi diversi e diverse soluzioni qua e là, anche per non rendere il tutto un banale e pedestre copincolla.
Ripetei il tutto due volte (stavolta sì, col copincolla, riservandomi però di risuonare tutto quanto a brano finito) ed ascoltai e riascoltai più volte il brano cercando l’ispirazione per un ritornello, ispirazione che non arrivò. Arrivarono, invece, e mi colpirono, due sensazioni opposte e contrastanti: da un lato sentivo che mancava qualcosa (per l’appunto, un ritornello) e al tempo stesso avevo la sensazione che il brano fosse già a posto, fosse completo così.
Essendo un tipo che non ama avere due pensieri opposti in mente al tempo stesso, mi arrabattai per lungo tempo a trovare un ritornello: me ne inventai almeno cinque, e nessuno di quei cinque aggiungeva granché al brano. Li cantai, li ricantai, arrivai a cambiare tonalità al brano intero, niente da fare. Decisi così di portarlo a S per scrivere assieme un ritornello, un middle eight, qualunque cosa che riuscisse a completare “Jeff Beppe”.

S mi disse “No, va già bene così”. Allora erano in ballo altri dieci pezzi nuovi, per cui anche a me andò bene così. A sentire S, poi Chi Di Dovere aveva trovato il brano molto interessante per cui mi misi l’anima in pace (ma attenzione: non sempre S è brava ad interpretare i commenti di Chi Di Dovere, e talora ha spacciato per farina dell’altrui sacco quella del proprio, probabilmente per far star tranquillo il sottoscritto).

In realtà, col tempo scoprii che, psicologicamente, non gradivo per nulla la presenza nel nostro nascente repertorio di un brano non terminato; da un lato, sì, dentro di me sapevo benissimo che, dopo una decina abbondante di brani iniziati, terminati e conclusi con enorme soddisfazione di entrambi, ci poteva benissimo stare la presenza di un’incompiuta, ma dall’altro la sentivo, e per anni continuai a sentirla, come una presenza scomoda.

Di “Jeff Beppe” non si parlò più quindi per molto tempo, e io, notoriamente così pignolo nel preservare dall’incuria altrui (e nel tentare a tutti i costi di completare) il nostro repertorio, per tutto quel tempo ignorai il brano, rifiutandomi perfino di collocarlo nella cartella “DEFINITIVI”.
Di tanto in tanto (non più di un paio di volte all’anno) me lo ascoltavo per vedere se mi veniva in mente qualcosa, ma puntualmente venivo preso dalla duplice sensazione: “Sì, va bene così” / “No, manca qualcosa”. E, nonostante negli anni il numero di brani platealmente incompiuti fosse salito a lambire le dieci unità, “Jeff Beppe” rimaneva sempre lì a darmi quasi fastidio.

Nel Settembre 2006, una S che nei quattro anni precedenti non aveva fatto altro che nominarmi “Jeff Beppe” come “brano fortissimo, basta solo trovargli una collocazione“, decise di ritirare fuori il brano, affidandone il testo alla proba Ivonne Midori Pasi, che già aveva scritto i testi di “Naked Truth“, “Feeling Blue“, “Electric“, “Ego“, “Turn Around” e “Fight” (quest’ultima assieme a me ed S).
Midori scrisse il suo testo, e io nel frattempo reincisi una base completa per il brano, evitando accuratamente di esagerare: non feci quindi altro che rifare tutto daccapo (tenendo persino l’originale loop di batteria) con gli stessi accordi e la stessa strumentazione, qui e lì aggiungendo qualche sapida parte di archi, soprattutto nell’ultima parte del brano, per creare un effetto “crescendo“.
In quel dei Made Up Eyes Studios S cantò il testo di Midori sulla mia base e finalmente ebbe vita “The Trap“, brano che S definisce “fortissimo” e che a me dà ancora l’idea di qualcosa di incompleto.

Che fine ha fatto “The Trap”?
Resta inedito, nonostante la sua pregiata fattura (la melodia è bella, non c’è che dire, e nell’attuale versione S è perfino riuscita a migliorarla in più punti aggiungendo quel pathos che – per forza di cose – mancava alla versione di quattro anni prima), probabilmente perché resta un po’ tutta uguale dall’inizio alla fine, ed ergo così diversa dal resto del nostro repertorio, punteggiato da brani che fanno a gara a chi sorprende di più l’ascoltatore. Riascoltandola oggi, cerco con tutte le mie forze di considerare “The Trap” un brano completo, ma ciò resta per me una grande, grande fatica.

XCII

March 7th, 2010
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Sfatiamo le leggende metropolitane. Non è vero che il cioccolato Duplo è fatto con i mattoni. Semplicemente, hanno lo stesso sapore.

12) Time

March 5th, 2010
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Autunno 2002. Imperante l’entusiasmo di cui ai precedenti post, io e S (nel frattempo intenti a lavorare su “Sometimes / I Wonder“, “Jeff Beppe” (brano di cui tratterò nel prossimo post e che ebbe come titolo definitivo “The Trap” con testo della prode Midori Pasi), “Uranium Girl” e “Take It Over“) inaugurammo un secondo modo di comporre musica assieme: alla fine di una sessione di lavoro per un altro brano, S decise di importare sul suo ProTools un loop di batteria e di cantarci sopra la prima cosa che le venne in mente.

Saltò fuori una melodia molto interessante, divisa in strofa e bridge, il tutto chiaramente su una sequenza armonica ascendente. Una roba da trenta secondi, non di più. Il mio compito? Andare avanti aggiungendo accordi alla parte già fatta da lei e un ritornello, o magari un middle eight: carta bianca, insomma.

Arrivato a casa, aprii Nuendo, importai la sua traccia vocale e il loop di batteria (che dovetti mettere a tempo, perché era in una terra di nessuno attorno ai 70-75 bpm – S a quei tempi non aveva ancora scoperto la griglia) e mi misi al lavoro, fornendo – con tre sapide tracce di piano, basso ed archi – un’armonia alla parte cantata da lei e finendo letteralmente di scrivere il brano: la parte creata da S costituì strofa e bridge (che ripetei due volte con un banale copincolla) alla quale feci seguire un middle eight (in realtà di dieci battute, quindi la dizione esatta sarebbe middle ten) che lei si ostinò a chiamare “parte speciale” in cui imposi al brano stesso una sorta di stop meditativo: la mia melodia, ricalcante quella creata da S – soprattutto come metrica – portava il brano a tonalità ed armonie totalmente differenti, talmente differenti che, per ritornare al bridge (dopo il middle ten la strofa non viene più presentata), mi inventai una sorpresa armonica delle mie.
Fatto trenta, feci trentuno: scrissi il testo. Non un capolavoro, a dire il vero, ma siccome ero ispirato in un’oretta al massimo m’inventai qualcosa di interessante ed incisi una mia parte vocale.
Time” (fu questo il titolo che diedi al brano, al posto dello sgrammaticato “Time For Dance” buttato lì da S) era così completa, e qualche giorno più tardi portai il tutto a S.

S incise una fenomenale serie di tracce vocali e, al riascolto, definì “Time” un capolavoro. A dire il vero, non si trattava di un capolavoro: era un brano Pop lento di buona fattura e poco più, tant’è vero che dai Piani Alti (vi ricordo che ai tempi il progetto discografico della Proba sembrava già cosa fatta, tant’è vero che l’Arranger stava lavorando a “Ego“, “Sometimes / I Wonder” e “Tradimento“, brano scritto da S assieme a Sabrina Kabua) arrivò un pollice verso. L’ennesimo. E non vi nascondo che cominciai seriamente a chiedermi cosa ci fosse che non andava nei nostri brani.

Un anno dopo – Autunno 2003 – dopo averci pensato per mesi e mesi, decisi di riprendere in mano “Time”. Avevo già fatto qualche aggiustatina a qualche brano del nostro repertorio perché avesse un suono decente, un arrangiamento migliore, ma niente di sconvolgente. La “Time” dell’Autunno 2002 mi sembrava povera, scarna, poco affascinante, fors’anche un po’ banale e, siccome – so di essere solo come un cane in questo – penso e credo che non sia vero che un brano sia bello anche se suonato con una balalaika senza una corda e cantato da un camallo di Sampierdarena, decisi di approfittare delle infinite possibilità datemi da Reason (il miglior software di tutti i tempi, a mio avviso) e rifare il brano daccapo.
Ne nacque in poche ore un arrangiamento del tutto differente, con alcuni accordi modificati e soprattutto la quasi scomparsa del piano che nella versione precedente sommergeva tutto: misi insieme un muro di synth ed archi avvolgenti e suadenti, un paio di loop azzeccati e qualche punteggiatura di piano qua e là solo per sottolineare passaggi importanti. Nel middle ten scritto da me, la furbata galattica: una batteria all’incontrario, di sapore beatlesiano e, nel finale, tutti gli strumenti assieme a dare compiutezza totale allo spirito del brano.
Portai questa versione di “Time” a S e ne rimase estasiata. La portò a Chi Di Dovere che non riconobbe più il pezzo che aveva sentito un anno prima. Con mia grande sorpresa, scoprii qualche tempo dopo che il brano era stato affidato all’Arranger. Se mai avessi avuto dei dubbi circa l’opportunità di riarrangiare “Time” – sto dicendo ciò solo per fare il figo: in realtà non ho mai avuto il benché minimo dubbio al riguardo -, beh, questo fatto li fugò definitivamente: da allora, ogni brano scritto con o per S passa attraverso una seconda lavorazione.

Excursus: ma queste “seconde lavorazioni” servono?

Dipende. In alcuni casi sono servite a migliorare – e di molto, anche!! – brani deludenti, o poveri, o addirittura brutti. E’ il caso, ad esempio, oltre che di “Time”, di “Easter Egg” (del 2003), “Angel In Red And White” e “You And I” (del 2004), “Back To The Garden“, “Easier Said Than Done“, “Everybody Says No” e “Superficial” (del 2005), “Ave Maria Gospel“, “Feeling Blue“, “Funky Sunday“, “Julia” e “Valentine’s Day” (del 2006), “Another Chance“, “Bitch – Hiking“, “Dancing Freak“, “Love Crimes“, “Lovely Like You” e “So Nice” (del 2007) fino alle recenti “A Better Mistake“, “A Claim Of Love” e “Trust In Me“. Esempio eclatante: “Valentine’s Day”, scritta da me e S il 14 Febbraio 2006: prima che lo riarrangiassi completamente – cambiandogli tutti gli accordi -, era il brano più brutto della storia della musica. Una cagata immane. Adesso è uno dei nostri fiori all’occhiello.
In altri casi, invece, nemmeno un arrangiamento infinitamente migliore ha reso giustizia a brani veramente poveri in ispirito (”Legend“, ad esempio) che, evidentemente, non meritavano giustizia, ma, santo Cielo, è stato comunque un esercizio interessante.
In altri casi ancora – per fortuna pochi – mi sono ritrovato a non avere la più pallida idea di come riarrangiare un brano. E’ il caso di “Wear Me“: brano che, probabilmente non mi dice niente di niente.

In quell’Autunno 2003 si pensò seriamente di “mandare a Sanremo” una Brava Cantante Salentina, e prima di puntare tutto su “The Answer’s Within” (la cosa naufragò per motivi a me incogniti) si pensò proprio a “Time“, ma il brano non era adatto al 100% alla Brava Cantante: troppo arzigogolato, troppo strano (termine per me poco comprensibile, anche alla luce del fatto che neanche il “trottolino amoroso” di molti anni prima era un brano poi così “tradizionale” – whoops!!! vi ho dato un indizio!!) e soprattutto in un’estensione che non era per niente la sua. E lì io ebbi la colpa, la grave colpa, di dar retta alla mia Socia. S individuò nel middle ten la “parte che non andava” e, rifiutata una modifica minima ma sostanziale proposta da me, s’inventò per quella parte un finale totalmente diverso, con una serie di note più basse ma su una melodia diecimila volte più astrusa della mia. Il che – ovviamente – equivalse a rendere “Time” ancora meno adatta alla Brava Cantante!!! La mia modifica sarebbe stata probabilmente poco adatta comunque, ma fu scartata con violenza. Non me la presi (dopo tutto, chi ero io per..? etc etc), ma forse avrei dovuto puntare i piedi e cercare di impormi. Cosa inutile perché la Suddetta Cantante andò sì a Sanremo, ma a cantare roba d’altri. E neanche tanto memorabile, fra l’altro.

Per varie ragioni, prima di sentire “Time” arrangiata dall’Arranger dovemmo aspettare l’Estate 2004. In pratica, il suo lavoro ricalcava abbastanza fedelmente il mio: con mia gioia, non aveva cambiato un solo accordo dei miei, ed anche nel middle ten non erano stati apportati cambiamenti. Il fatto era, però, che la sua “Time”, pur fatta a regola d’arte e con suoni bellissimi, suonava cupa. Cupa, funerea, triste. E non ho ancora capito cosa faccia di quella versione di “Time” qualcosa di estremamente dark: i suoni? L’equalizzazione? La batteria? Il basso? Boh.
Non che la cosa fosse granché importante: dopo tutto, il lavoro dell’Arranger era una pre – produzione su cui Chi Di Dovere avrebbe poi messo le mani – cambiando quasi tutto -, ma qualcosa dentro di me mi disse che ciò avrebbe significato uno stop per il brano.

E stop fu: solo nell’Estate 2007, quando si profilò l’idea del “Progetto C“, “Time” tornò in auge. Non per molto: giusto il tempo di presentarla agli altri futuribili partners del Progetto non nella versione “cupa” dell’Arranger ma nella mia versione del 2003. Piccola soddisfazione, della serie “accontentamose“, ma che devo fare? Vivo di queste cose.

Che fine ha fatto, quindi, “Time”?

E’ uscita dal Progetto “C” (facendo posto a un altro brano, stavolta scritto dalla sola S) e resterà inedita. E’ un vero peccato, perché, oltre ad avere un significato prettamente storico (in poche parole, questo brano ha consolidato definitivamente la mia partnership con S, forse anche più della gloriosa “Uranium Girl“), “Time” è un buon brano, qua e là emozionante ma soprattutto “lirico” nelle sue salite e discese, nel suo fermarsi un attimo a rifiatare e riprendere la lenta ma decisa corsa più carico ed energico di prima. Amen.

PS: bravi matusa, avete indovinato, la brava cantante salentina è Mietta. Che, non sapendo nemmeno della mia esistenza, non ha mai neanche saputo quanto ho lavorato per lei. Sono soddisfazioni.

Ma A Quale Progetto Stiamo Lavorando?

March 4th, 2010
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La mia memoria comincia a fare cilecca.

…forse era il Progetto STRNZ (musica di sottofondo per cessi pubblici, avente frequenze in comune con flatulenze e con il “plop” – secondo alcuni, “pluff” – tipico del fecaloma che, abbandonata la sua primitiva sede, va a tuffarsi nell’acqua nel water), o il Progetto ARGHH (musica di sottofondo per la Primal Scream di lennoniana memoria: dovendo i pazienti urlare, la musica non la sente nessuno ma inconsciamente, dopo la terapia, se la ricorderanno. Sai la soddisfazione), o ancora il Progetto SCCML (brani da scrivere in tonalità uguale: cioè, né minore né maggiore, per l’esordiente artista Nicolino Pinzillaccheri, vincitore del premio di consolazione all’annuale riffa dello stand dello gnocco fritto alla Festa del Sacro Prepuzio), o forse il Progetto VFFNCL (un musical basato sulla vita e le opere di Sandro Paternostro)?

Sinceramente: non me lo ricordo proprio più.

Senza Infamia E Con Poca Lode

March 4th, 2010
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Seconda nostra sessione di lavoro del 2010 a Cadriano, per un suo brano dal titolo “Ancora Viva“, a cui ho contribuito poco o nulla, per cui non so nemmeno se inserirlo nel novero del nostro repertorio. Ammirevole che il brano avesse grinta ed orza ed addirittura un testo (in Italiano perché ci sarebbe in ballo il Progetto K a cui però non possiamo prendere parte – ma la mia Socia da quell’orecchio non pare sentirci), ammirevole la resa del prodotto finito; meno ammirevole il fatto che il masterizzatore interno del suo mac non funzioni più e la mia merdosa chiavetta USB si sia rifiutata di permettermi di portarmi via la cartella ProTools (ma forse è un segnale), meno ammirevole ancora il pensiero che, in fondo, non sappiamo più perché e per chi stiamo (sta?) continuando a fare musica.

11) Take It Over

March 3rd, 2010
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Sempre più in preda all’onda del mio ingenuo entusiasmo, in quell’Autunno 2002 decisi di far cantare a S la mia “Take It Over“, il mio veemente e furente brano funky. Lo avevo scritto il brano quattro anni prima, ai tempi del Servizio Civile, ispirato da un micropassaggio (due accordi in croce) di un brano dei Corduroy, e nel tempo ne avevo fatto il mio vero grosso hit sul web (primo in tutte le classifiche web tra il 2000 e il 2002 a dispetto della non eccelsa qualità del suono delle mie incisioni in analogico: pare che gli Americani vadano pazzi per brani come “Take It Over”).
Il motivo per cui decisi di affidare “Take It Over” a S era la mia assoluta contrarietà (che dura anche oggi) a fare di lei, o semplicemente a pensarla, come a una cantante Pop o, peggio ancora, Rock.
Se politicamente sono democratico mi schiero a sinistra, musicalmente io sono dittatoriale ai massimi livelli roba che Hitler al confronto era Sandro Pertini: se ho un’idea, non la cambio nemmeno se mi prendete a cannonate, e se non la pensate come me vi odio. Una cosa così, insomma. Ebbene, tutte le volte che sentivo S dire “Ma io non sono esattamente una cantante R’n'B” venivo preso da malessere. Lo era e lo è, invece, e ho ragione io. E tanto per iniziare a impormi su questo, le portai “Take It Over”, che E’ un brano R’n'B / Funky / Jazz in una nuova versione – finalmente in digitale, yeah.
Non fu subito subito facile, perché S, per la prima (e quasi unica) volta disse di volere cantare il brano in perfetta solitudine, e, presa dall’entusiasmo, lo cantò benissimo dal punto di vista puramente vocale ed espressivo, ma cambiò a suo piacimento tutti gli accenti, la ritmica del brano. Quando mi fece ascoltare il suo lavoro, non mi piacque per niente, e trovai il coraggio di dirglielo, spiegandole scientificamente, punto per punto, cosa andava e cosa non andava. Lei accettò la critica ed accettò pure di ricantare il brano daccapo, quando io invece mi stavo limitando a chiederle di rifare solo certi punti. E per l’occasione, S stessa decise di non incidere più da sola parti vocali di pezzi miei o nostri, preferendo avere la mia presenza (e direzione: spesso ancora accade che io, seduto al suo fianco, la diriga letteralmente).
Ovviamente, S cantò il brano divinamente, dandomi retta soprattutto in quei punti in cui le chiedevo di essere più black possibile, di tirare fuori le sue note più scure, più baritonali, più da omaccio cattivo. Scoprii, quella sera, cosa davvero mi piace della vocalità si S: il fatto che, anche cantando un brano a pezzi, lei lo abbia comunque in mente come un tutto unico e canti tutte le sezioni del brano stesso con la dovuta intensità. Questa è cosa rara e favolosa.
Infatti, da che mondo è mondo, il ritornello, oltre che più orecchiabile e “mindgrabber” DEVE essere più INTENSO, più FORTE, più VIGOROSO delle strofe. Non ammetto eccezioni, è una regola assoluta; ebbene, nel ritornello S arrivò quasi a ruggire. Ne fui estasiato.

L’entusiasmo si smorzò quando arrivò il responso dall’Alto: “Take It Over” non era adatta a S. Poco male, pensai, la userò io (e lo feci, incidendo nel 2004 un’ulteriore versione – cantata da me - che misi su Zenith).

Nel tempo, però, più ascoltavo la versione di S, più mi convincevo e più mi sentivo sicuro del fatto che “Take It Over” fosse il suo brano, quello che ne esaltava doti e talento a livelli paurosi. Fu così che nell’Autunno del 2003 decisi di reincidere il brano daccapo ed unirlo alle tracce vocali incise da S l’anno prima per farne una versione – come – Zio – comanda da sottoporre nuovamente a Chi Di Dovere.
Ora, non conosco alla perfezione tutti i perché di questo mio insistere, insistere, insistere: un po’ deve essere dovuto alla mia cocciutaggine, un po’ alla mia presunzione dittatoriale di avere sempre ragione, un po’ perché pochi brani mi convincevano quanto “Take It Over”.
E ne venne fuori un lavoro assai bello, anche se levigare e ripulire le tracce vocali di S fu il solito lavoraccio: togliere tutti quei bonk, quei respiri così rumorosi, eliminare il disturbo dato dalla vecchia base in sottofondo (della brutta abitudine di S a registrare senza cuffie ne parliamo un’altra volta) fu piuttosto complicato, ma ce la feci quasi alla perfezione. Ascoltato il tutto, mi dissi: è impossibile dire NO a una cosa così intensa e potente.

E infatti il brano ricevette il secondo NO. Ok, cuore in pace e questa “Take It Over” me la ascolto io a casa mia per il mio personale piacere, amen. E nel frattempo, la mia versione del brano, presente su “Zenith”, riceve recensioni favolose sul web.

Nell’Autunno 2006  si cominciò a parlare (molto sul vago, ma quando mai si è stati decisi e precisi?) di un Progetto Discografico per gli Zodiac: nelle nostre menti fu concepito come un progetto Soul Funk Dance anni ‘70. Il sottoscritto, più pertinace che mai, decise di riproporre (come già visto) “Uranium Girl” e, ovviamente, “Take It Over”.
S, peraltro, ebbe l’idea di far eseguire i brani da proporre per la band agli stessi Zodiac. Idea non irragionevole, ma – ovviamente – poco fattibile. In parte, però, seguii il suo suggerimento, e chiamai il nostro valoroso Manfredi “Munphrey The Guitar” Tumminello ad incidere una fragorosa ed eccitante traccia di chitarra funky, così come aveva fatto per “Uranium Girl”).

Cito dal Bygon(e) Blog del 15 Novembre 2006:
dopo una sedicesima versione [di "Take It Over", ndLB] in cui provo ad aggiungere fiati, clavinet ed altri elementi che la funkizzino definitivamente, arriva qui ai Genius Studios, nel pomeriggio di ieri, il giovine Re delle Sei Corde, al secolo Munphrey “The Guitar” Tumminello; apro Nuendo con la base di una raffazzonata diciassettesima versione, plugghiamo la sua chitarra effettata al mio Fenderino da combattimento e questo alla mia scheda audio, e io non ho altro da fare che godere come un suino da traino, dopo aver cliccato “Rec”: Manfredi prende possesso del brano con una rapidità impressionante, come se si trattasse del brano più semplice del mondo (per me lo è, ma io non faccio testo.. non più, cioè), e in poche takes non solo me la Maceoparkerizza, me la Jamesbrownizza, me la blackizza a livelli supremi: riesce addirittura a mostrarmi (LUI, a ME che dopo tutto l’ho scritta) gli estremi dell’anima soul del brano.
E ora? Ora tocca a me tenere il meglio delle takes di Manfredi e produrvi attorno, nell’ordine:
- una diciassettesima versione con la voce di S (da far risentire al Capo: non si sa mai, magari in tre anni ha cambiato idea)
- una diciottesima versione per mio piacere personale, con un finale da venti minuti con tutti gli assoli di Manfredi (uno più bello dell’altro)
- una diciannovesima versione da far cantare a un certo Danilo, alias Dan The Soul, alias Pabbo, alias Pavaro per il progetto di cui sopra [il progetto "Zodiac", ndLB].

Produssi quindi la diciassettesima versione del brano (il numero delle versioni è così alto perché include tutte quelle incise dal 1998 in poi) con le – vecchie di quattro anni – tracce vocali di S, e scelsi pazzescamente di tenerla lunga più di sette minuti, con un finale Manfrediano da paura, e fu questa che sottoponemmo a Chi Di Dovere, sicuri che – ora sì, finalmente – sarebbe arrivato il sospirato .
Non arrivò né un sì né un no. Arrivò un vediamo.
La diciottesima versione, da venti minuti, me la tenni – come scrissi allora – per mio piacere personale, mentre la diciannovesima, con la voce di Danilo the Soul fu piuttosto controversa: potente e vigorosa, ma al tempo stesso poco convinta, probabilmente perché a Danilo non piaceva il brano.

Qual è quindi il destino di “Take It Over?”
Il Progetto “Zodiac” è morto perché il gruppo, e non per colpa mia, s’è dissolto nel nulla. Sembrerebbe dare ancora qualche segno di vita il “Progetto C“, ma “Take It Over” ne rimarrà fuori perché – purtroppo – continua a convincere solo me e altre migliaia di persone sul web – che continuano ad amare il brano! – ed anche perché, ad essere sinceri, non ho più voglia di provare ad imporre proporre e riproporre ad oltranza un brano che ha già ricevuto due “no” e un “vediamo”.
“Take It Over” però, non è – a differenza della maggior parte dei miei/nostri brani – rimasto inedito: potete trovare la versione cantata da me su “Zenith” e la diciassettesima (featuring S e Manfredi) su MySpace, nel lettorino flash in alto a destra, e godervi l’impressionante performance di S e del prode Munphrey. Sappiatemi dire se un pezzillo così meritava due no e un vediamo.

10) Uranium Girl

March 1st, 2010
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Entusiasmo, si diceva. Ebbene sì, in quei giorni dell’Autunno 2002 l’entusiasmo regnava al punto tale che non mi rendevo conto di quante bistecche, io e la mia Socia, avremmo dovuto mangiare prima di arrivare a qualcosa di veramente fruttuoso e fruttifero: nonostante l’indubbia qualità dei brani prodotti fino a quel momento, non avevamo ancora neppure iniziato. Ad esempio, non avevamo ancora prodotto alcun brano forte, intendendo con questa espressione un brano di buona fattura che fosse anche commercially appealing, un vero e proprio singolo per il futuro disco solista di S (ancora se ne parlava seriamente…). “The Edge Of My Mind” e “Time” (altro brano in lavorazione in quei giorni) erano decisamente superiori alla media ma non “forti” abbastanza.

Il primo vero brano “forte” fu “Uranium Girl“, brano esplicitamente Dance (in quei giorni si pensava che il disco solista di S dovesse essere un disco Funk Soul Dance; nei mesi successivi, invece, si tornò a parlare di un progetto Latin, e anche per questo nei mesi successivi ebbi il compito di riarrangiare e dare un testo a “Besiño“) da noi scritto con la stessa tecnica che avevamo precedentemente adottato per “October Dance“: io, a casa mia, incidevo una base strumentale completa e lei, a casa sua (ma in mia presenza) si inventava una melodia che “ci stesse bene”. Allo stesso metodo, peraltro, siamo successivamente tornati di tanto in tanto: nel 2007, ad esempio, abbiamo sfornato “Starting Over“, brano decisamente sottovalutato.
A differenza di “October Dance”, nel quale mi divertii semplicemente a creare un’atmosfera acid jazzy con accordi di undicesima e qualche furente loop dance della mia Roland 909 (Reason non sapevo nemmeno cosa fosse, ai quei tempi), in “Uranium Girl” creai una struttura fatta di strofe e bridge con stacchi e momenti di pausa / attesa per i successivi ritornelli che volli fossero esplosivi. La base armonica del tutto, un’originalissima sequenza di accordi di cui vado estremamente fiero, che avevo concepito anni prima (1996) per il brano “Watermelon Woman” e che usai anche – ma in pochi se ne sono accorti – nella già citata “Starting Over”.
Altra importante differenza con “October Dance”: l’armonia del ritornello letteralmente non diede molta libertà melodica alla mia Socia: in pratica, la melodia del ritornello esisteva già, era dentro all’armonia. Lei la sentì subito e la fece sua.

Anche questo è un esplicito segno della magica comunione d’intenti e di musicalità tra me e S: io arrivo da lei con un’idea precisa in mente, ma non gliene faccio menzione; aspetto semplicemente che sia lei a tirarla fuori. Alcune volte lei, magicamente per l’appunto, tira fuori la stessa identica cosa che avevo in mente io. Altre volte lei s’inventa qualcosa di simile e addirittura migliore di ciò che alberga nei miei neuroni. Non esiste alcuna spiegazione scientifica per questo, e non posso nemmeno chiamarla affinità, perché, quanto a cultura e a ideazione musicale io e S siamo agli antipodi: i brani che scriviamo singolarmente sono quanto di più diverso possa esistere, anche se col tempo ognuno dei due ha di sicuro mutuato qualcosa dall’altro (capita, ad esempio, che io in un mio brano infili inconsciamente un occhipintismo, come ad esempio un giro dispari di battute o una battuta di cinque o sei quarti intercalata in una certa posizione; allo stesso modo, non è raro trovare un accordino beppesco a dieci dita in un suo brano!). Quando ci mettiamo a scrivere assieme, avviene un avvicinamento dei due cervelli e delle due musicalità: ognuno dei due si adatta all’altro, e ne nascono sempre brani interessanti.
Certo, può anche accadere che uno dei due tenda più o meno consciamente a prevalere sull’altro, ma è davvero raro che io e S litighiamo o discutiamo su un accordo o su una melodia.

Insomma, arrivai ai Made Up Eyes Studios con questa base Dance e lei, senza nemmeno ascoltarla dall’inizio alla fine, attaccò a cantarci sopra: in due ore il brano fu completo di voci, cori e tutto. Il titolo provvisorio fu “Radio time” dalle uniche parole in vero Inglese pronunciate da lei – e per inciso la parola “radio” compariva anche in “October Dance” – ma io, nei giorni successivi, ebbi l’idea di una radioactive girl ouranium girl, ossia una ragazza radioattiva, di uranio.
Nella mia mente, la protagonista del brano confessava il suo amore a un uomo dicendogli che da quando lui era comparso nella sua vita lei era diventata letteralmente radioattiva. Idea un po’ pazza, ma di sicuro diversa da quanto io avessi mai avuto in mente in precedenza.
Scrissi quindi un testo e feci cantare nuovamente il brano a S. Il titolo, allora, era “Radioactive Girl“, ma decidemmo testé di cambiarlo definitivamente in “Uranium Girl”. Al riascolto della nuova versione contenente il mio testo, fummo entrambi presi da brividi: il brano era tosto, coinvolgente; la melodia era orecchiabilissima, l’armonia interessante e velatamente jazzy, e, cosa più importante di tutte, “Uranium Girl”era un brano da ballare con entusiasmo.

La nostra impressione non era stata ingannevole: Chi Di Dovere ne fu molto impressionato e disse che “Uranium Girl” sarebbe stato un ottimo primo singolo per il disco di S. Unico neo, il mio testo non gli piacque gran che; in quei tempi io e S stavamo ancora lavorando con l’Amico Americano che già aveva scritto il testo di “Sometimes / I Wonder” e di “Ego“: decidemmo quindi di sottoporgli il brano, e lui in pochi giorni elaborò un testo di molto più interessante del mio (contenente anche dei doppi sensi! A me la cosa piacque: fosse per me infarcirei ogni brano di maialate mostruose!). Il testo dell’Amico Americano ricevette pollice alzato e Chi Di Dovere iniziò a lavorare su “Uranium Girl”: non essendo stato il brano inciso facendo uso del midi ed essendo le mie tracce audio totalmente fuori click – poi scoprii perché: il click della Roland 909 non è per nulla preciso!!! alla faccia di quanto mi era costata nel 1997, non poco! – fui finalmente chiamato a Est nello studio di Chi Di Dovere a suonare una nuova parte di piano. Era il Dicembre 2002, e in quell’occasione conobbi finalmente colui che in questo e negli altri blog chiamo “il Capo”, “Chi Di Dovere”, “Qualcuno Che Ne Sa Più Di Me” etc etc.

Nei mesi successivi sembrò davvero che “Uranium Girl”, “The Edge Of My Mind“, “Ego”, “Sometimes” ed altri brani come “Tradimento” potessero vedere in tempi brevi la luce su CD, e “Uranium Girl” fu affidata alle talentuose mani dell’Arranger che, dotato del file midi da me inciso nello studio di Chi Di Dovere, scrisse un arrangiamento totalmente adeso al mio: in pratica, non si inventò nulla di nuovo e, con mia grande sorpesa, lasciò intatti tutti i miei accordi del ritornello, così caratteristici e così particolari da non dare a nessuno la benché minima possibilità di cambiarli. Erano i primi mesi del 2003, e io nel frattempo ero entrato a pieno titolo nell’Acoustic Family, l’allora band di S capitanata dall’ottimo chitarrista Andrea Bettelli. Tra l’altro, io fui presente nello studio dell’Arranger mentre la mia Socia eseguiva una ovviamente ragguardevole performance vocale di “Uranium Girl” col testo dell’Amico Americano, e non persi l’occasione di osservare attentamente il modo in cui l’Arranger lavorava: io allora ero ancora totalmente alle prime armi in fatto di incisione digitale, e di certo la ricchezza della strumentazione del suo studio mi spaventò alquanto, ma proprio nel corso di quella sessione di lavoro (a ciò aggiungiamo le similari sessioni per “Sometimes / I Wonder”, “Ego” e “The Edge Of My Mind”) cominciai ad imparare un sacco di cose che mi furono più che utili successivamente, ossia da Aprile 2003, quando finalmente acquistai due software che ora sono per me indispensabili: NuendoReason.

Di “Uranium Girl” (come di tanti altri brani e come anche del progetto discografico di S), non si parlò più fino all’Autunno 2006, quando – mesi e mesi prima dell’affacciarsi nelle nostre vite del “Progetto C” – S pensò seriamente alla possibilità di allestire un progetto discografico Funk Dance per gli Zodiac, il nostro nuovo gruppo, fondato nell’Estate precedente e che in quei giorni era la resident band del Muffaffè. Tra i brani che io e S scegliemmo per un futuribile discorso discografico per gli Zodiac c’era anche “Uranium Girl”, che però, sia nella nostra primitiva versione del 2002, sia in quella riarrangiata dall’Arranger nel 2003, era decisamente troppo Techno – House per andare d’accordo con lo stile della band.
Fu quindi mia decisione e mia premura incidere una terza versione del brano a una velocità minore (115 bpm contro gli originali 130).
Il lavoro fu piuttosto massacrante, perché l’Arranger, che nel frattempo era letteralmente sparito dalla circolazione, non ci aveva fornito le tracce vocali che erano state incise tre anni e mezzo prima nel suo studio; parimenti, le tracce vocali precedentemente incise ai Made Up Eyes Studios non esistevano più (morte in uno dei troppi crash dell’eMac della mia Socia). Tutto quello che possedevo nei miei CD di backup erano le tracce vocali della versione col mio testo incisa nell’Autunno 2002. All’ascolto fui preso da sconforto scoramento e raccapriccio: quelle tracce vocali erano state incise altissime, per cui il suono era spesso ampiamente distorto; erano – ovviamente – a 130 bpm (circa 130 bpm, per l’esattezza, fanculo alla Roland 909!!); la mia Socia, inoltre, aveva cantato senza cuffie, per cui nel sottofondo c’era, ben udibile, la vecchia base strumentale. Era da pazzi tentare di intraprendere un lavoro simile? Sì, lo era, ma qualcuno doveva pur farlo.
Provai dapprima a rallentare la tracce vocali di S da 130 a 115 bpm, ma anche l’ottimo Nuendo non mi consentì di trarne qualcosa di utilizzabile: la cattiva qualità delle tracce stesse e la presenza della disturbante vecchia base in sottofondo produrono un effetto decisamente orrendo quando portai il tutto a 115. L’unica possibilità era spostare sulla griglia tutte le sillabe del cantato di S. Ci vollero ore, ma ce la feci.
La seconda cosa da fare fu migliorare la qualità delle tracce vocali, eliminando tutti i “bonk”, tutti i respiri stertorosi di S e minimizzare il disturbo dato dalla vecchia base strumentale ancora presente in sottofondo: lavorando di gain e di equalizzazione frase per frase ottenni delle tracce vocali finalmente adatte allo scopo, e su queste allestii la nuova base strumentale, che, dovendo essere ben più Funky di tutte le altre, arricchii con un Clavinet Wah Wah e di cori che non esistevano in nessuna delle versioni precedenti (li cantai io, beninteso!). Decisi inoltre di tenere buono quello che aveva fatto l’Arranger nella sua versione del 2003, ossia un ostinato di archi nell’ultimo bridge prima del finale, e ne venne fuori qualcosa di davvero buono. Non buono come l’avevo in mente, però. Mancava qualcosa. E capii velocemente cos’era quel qualcosa: mancava una chitarra funky.

Fu così che chiamai ai Genius Studios l’immane eroe della chitarra, Manfredi “Munphrey” Tumminello, che in pochissime ore carpì e capì perfettamente lo spirito e l’armonia del brano ed incise una parte di chitarra semplicemente perfetta. Ora sì, “Uranium Girl” era come avrebbe dovuto essere fin dal principio. E’ vero, io stesso la avevo concepita come un brano House a 130 bpm, ma in quella nuova versione del 2006 era mille volte meglio.
Con mia enorme sorpresa, a S questa versione di “Uranium Girl” non piacque. Incredibilmente la trovò “troppo lenta”. E “troppo lenta” risultò anche alle orecchie di Chi Di Dovere. Trovai la cosa molto strana: nelle nostre intenzioni il disco degli Zodiac doveva rifarsi agli anni ‘70, giusto? Bene. Ora, vi do un premio se mi trovate un brano dance degli anni ‘70 a 130 bpm. Niente premio: negli anni ‘70, 130 bpm erano una velocità impensabile (magari per gli Area no, ma non volevamo certo fare della Progressive!!)

Quando nella Primavera 2007 si è iniziato a parlare del “Progetto C”, “Uranium Girl” vi è stato inserito senza indugio e nella Primavera del 2009 – purtroppo mantenendo lo scheletro costituito dall’originale sfortunato arrangiamento del 2002 – si è iniziato a lavorare alla quarta versione del brano, il cui nuovo titolo è “Live Like A Child“. Il brano nella veste attuale – da me ascoltata in anteprima in studio nel Giugno 2009 – è ancora trascinante e può solo migliorare; io, però, continuo a preferirlo più lento e più R’n'B. Chi vivrà vedrà, e ascolterà. Forse.

Il Cantiere E’ Sempre Aperto, Ma…

February 28th, 2010
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Ieri sera ero volonterosissimo, carico come una molla. Ho accorciato sensibilmente “All Again“, aggiunto qualche effetto, edito qua e là la parte finale di sax, abbassato il tutto (era davvero troppo “loud”).

Poi, al momento di mettere a posto la semplice eppur complicatissima “Hail Mary“, una tristezza immensa: tutto a un tratto mi sono rotolati i sentimenti giù per la collina e non sono più riuscito a far niente. Eh beh. L’arte per l’arte è fatta così.

9) Heartbeat

February 27th, 2010
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Dicevamo, l’Autunno 2002 fu un periodo di entusiasmo, sembrava che io e S potessimo spaccare il culo al mondo, ed ingenuamente pensavamo che bastasse scrivere buoni pezzi. Avevamo trovato una sintonia quasi perfetta, e nessuna delle nostre sessioni di lavoro costituiva tempo perso. Questo per lo meno era ciò che pensavamo, altrettanto ingenuamente: prezioso tempo, invece, cominciammo a perderne. Da subito.
In primis, dando retta a persone francamente da dimenticare, come il tizio che aveva proposto a S di scrivere brani Dance per il mercato discografico cinese. La mia socia ha il brutto vizio di dare retta a chiunque e di prendere per oro colato le cazzate escrete dal primo maccabeo che arriva a proporle progetti musicali la cui consistenza è zero. Il Progetto “China”, quindi, era una cagata fin dall’inizio, ma l’ingenuità di entrambi (mia e di S) e la carenza di un sapiente controllo di simili eventualità dall’alto fecero sì che ci mettessimo a lavorare a questo improbabile progetto.
Nel corso dell’Estate 2002 S, da sola o con i suoi temporanei soci, aveva partorito pezzilli piuttosto carini (probabilmente tra questi c’era anche la famigerata “Giudicare” che nel 2008 abbiamo riesumato assieme facendone nientepopodimeno che una Tarantella Dance – idea mia, beninteso: non fatevi mai ingannare dalle leggende metropolitane per le quali la pazzoide originalona è S mentre io invece sono quello posato e tranquillo “che mette a posto tutto”), e la decisione fu quella di andare avanti in quella direzione.
Così, tra una take e l’altra di “Desiderarti“, brano che – a detta di un altro dei molti, troppi cazzari che hanno infestato la vita artistica della mia socia, troppo buona per mandarli a fanculo – S avrebbe dovuto portare aSanremo 2003 (l’avete vista voi la mia socia a Sanremo quell’anno? Io no), S scrisse il brano che, dopo che io ne scrissi il testo, diventò “Heartbeat“.
Oh, non fu un testo di quelli poderosi, anzi. Il mio testo era una vera e propria cacatina, ma cavoli, per un brano Dance allegro e spensierato non c’era per nulla bisogno di scomodare ispirazioni shakespeariane.
Tramontato da subito il Progetto China (si era nel frattempo capito che il committente era un puffarolo), ci si domandò che fare del brano. Io – cosa rara, dato che tengo immensamente ad ogni nostro brano – lo avrei anche chiuso in un cassetto per sempre, ma S insistette per farlo cantare al talentuoso vocalist Danilo “The Soul” Pavarelli.
Si tenne quindi una sessione di lavoro ai Made Up Eyes Studios, in presenza del sottoscritto – che avrebbe preferito starsene a casa – e di, ahimé, nientepopodimeno che l’Amico Di Tutti, che – la cosa proseguì fino all’Estate 2006 – non perdeva l’occasione per mettersi in mezzo, dandosi delle grandi arie da “grand’uomo” ma in realtà dando soltanto del gran fastidio. Fu quel pomeriggio che scoprii di odiarlo. Egli cantò pure nei cori del brano, con mio sommo dispiacere.
L’incisione, comunque (mia la base strumentale, di Danilo il cantato, mentre i cori furono eseguiti da S, dal sottoscritto e, per l’appunto, dall’Amico Di Tutti) fu un bel lavoretto, probabilmente eseguito anche perché l’Amico, millantando conoscenze varie e variegate, si era impegnato a “pensarci lui” a “far girare” il pezzo (avete visto o sentito niente voi? altro puffarolo).

Ovviamente, non successe niente, il brano rimase a prendere la polvere per quasi un anno, quando alla fine dell’Estate del 2003 arrivò un certo duo di modenesi ad elogiare il brano, giurando e spergiurando di “volerne fare qualcosa“. Costoro chiesero esplicitamente a ME di elaborare un nuovo demo (le tracce della versione del 2002 erano andate perse in uno degli innumerevoli crash dell’eMac della mia socia), e non solo: mi fecero pure fretta, come se volessero lavorare a “Heartbeat” il giorno successivo! Io incisi una nuova base strumentale (stavolta decentemente) e chiamai Danilo – che peraltro aveva lavorato con il suddetto duo poche settimane prima – a ricantare il brano. Lui venne dunque qui ai Genius Studios e cantò “Heartbeat” (molto bene, peraltro; forse anche meglio di come lo avesse eseguito l’anno precedente). Io, ligio al dovere come pochi altri, remixai con grande attenzione il tutto (probabilmente quel lavoro del Settembre 2003 fu il primo di un’infinita serie di “remix fatti come Zio comanda”) e lo inviai ai due modenesi.

Dopodiché, il silenzio. Con la stessa velocità che avevano preteso dal sottoscritto perché incidesse ed inviasse loro demo, tracce audio e tracce midi di “Heartbeat”, i due si dimenticarono totalmente sia del brano in sé, sia di dirmi “Guarda, ci dispiace ma il brano non ci interessa più“. A dire il vero, di “Heartbeat” non mi interessava gran che (io e S nel frattempo avevamo scritto brani molto migliori) ma sapete com’è, a me piacciono le persone educate.

Riascoltando poi “Heartbeat” a distanza di tempo, mi sono ritrovato nelle condizioni di rivalutarlo: probabilmente è un pezzo molto più intelligente e furbacchione di quanto non appaia al primo ascolto (e anche ad ascolti successivi, ovviamente). E’ stato però totalmente per caso che nel Gennaio 2005, alla fine di una delle primissime sessioni di lavoro per Torino 2006 io e S, in uno di quei rari momenti in cui abbiamo voglia di divertirci (solitamente, quando lavoriamo lavoriamo e poche pive), incidemmo una pazza versione di “Heartbeat”, molto più lenta (e in tonalità ben più bassa) delle due precedenti, con S a cantare la solita quarantina di parti vocali, il sottoscritto a fornire una parte di piano ed una di basso, ed entrambi poi impegnati a sovraincidere battimani, cembalini, tamburelli e cicacicabum vari. Ovviamente, questa rimane a mio parere la migliore versione di “Heartbeat”.

Che ne è quindi del brano?

E’ inedito e ovviamente rimarrà tale. Sinceramente la cosa non mi turba più di tanto. Sono altri i gioielli che – cazzonaggine altrui permettendo – meriterebbero di vedere la luce.

8) October Dance

February 25th, 2010
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Ottobre 2002 fu davvero un mese pieno di entusiasmo: io ed S avevamo trovato la socia / il socio ideale (rispettivamente), e in poche settimane la mole di lavoro intrapresa era già ragguardevole sia come quantità che qualità. Certo, c’erano state anche alcune battute di arresto: io le feci cantare la mia “Disease Of The World” ma ne venne fuori una versione KateBushesca che era sì pregevole ma non per il sottoscritto, che detesta Kate Bush (ok, “Babooshka” e “Wuthering Heights” sono grandi brani, ma io quella voce non riesco ad ascoltarla, è più forte di me), così come lei (S, non Kate Bush) mi aveva affidato il testo del suo brano “Non Dirlo Mai” sulla quale però stranamente mi arenai, e a ben pensarci non avevamo ancora davvero scritto un brano assieme!
Through With You“, e “The Edge Of My Mind” infatti erano brani miei, “Ego“, “Ognuno E’” e “Heat Me” erano brani suoi, e “Breaking Down” un suo cantato improvvisato a cui semplicemente io avevo aggiunto gli accordi. Vero è che in quest’ultimo brano avevamo aggiunto assieme una parte simil-classica, ma un brano scritto assieme fifty-fifty non esisteva ancora.

Siccome siamo degli originaloni, inaugurammo un modo piuttosto bizzarro di concepire nuove creature: io, qui a casa mia, ad incidere una base dall’inizio alla fine con accordi e tutto, e lei, a casa sua (in mia presenza, beninteso) ad inventarsi una melodia sulla mia base.
Detta così fa ridere, eppure funzionò (e funziona ancora oggi): in pochi giorni nacquero, in sequenza, due brani francamente dance: l’interessante “October Dance” e la storicissima “Uranium Girl“, della quale parlerò in uno dei prossimi post.
La base di “October Dance”, da me concepita in perfetta solitudine, univa ai soliti tipiti – tipiti – bunci – bunci tipici della pedestrepelosa House da Discuteca il mio solito florilegio di accordi di undicesima, con uso e abuso di piano e piano elettrico: quella primitiva versione del brano, al riascolto, tradisce molta della mia inesperienza di allora in fatto di incisione digitale (basandosi su un pattern da me creato sulla mia storica batteria elettronica Roland 909, non seguiva nessun click; gli strumenti erano incisi in formato audio senza nessuna possibilità di quantizzazione, cambio di tonalità etc), ma seppur nella sua ruspantezza aveva il suo perché e il suo percome, ed S ci si inventò sopra una melodia davvero brillante e perfettamente in stile, ideando un ritornello ripetitivo ed orecchiabile. Fu davvero un vero piacere, quella sera dell’Ottobre 2002, ascoltare e riascoltare il risultato del nostro lavoro, soprattutto per me, e per due motivi.

Primo: già allora mi ero reso pienamente conto che S dava ad ogni brano lo stesso identico peso e valore che dava a tutti gli altri; era raro, insomma, che lei si invaghisse particolarmente di un dato pezzo come invece faccio io, che, una volta conclusolo, me lo ascolto e riascolto magna cum goduria decine di volte. Lei è insomma il tipo che, finito un pezzo, lo ascolta fumandosi una sigaretta con aria compiaciuta e poi dice: “Bene, ora ne scriviamo un altro.” A lei, peraltro, non sembrò importare gran che il fatto che “Dance Ottobre” fosse il primo brano che avevamo davvero scritto assieme; a me sì, come avete già capito. Da un lato, attenzione: questo non è esattamente e solamente un pregio. Come vedremo, ho ben presto scoperto che S tende a dimenticarsi totalmente della maggior parte dei brani che scrive. Questo è anche colpa della sua iperproduzione, certo; ma non solo.

Secondo: S aveva – e tuttora ha – l’immane capacità di capire al volo le mie armonie. Mai in tutti questi anni ha male interpretato una sola mia sequenza di accordi con note che non fossero quelle giuste: la sua melodia è sempre perfettamente adatta al contesto armonico da me creato. Ora ci sono abituato, è ovvio, ma allora fu per me una piacevole sorpresa.

Ovviamente, nemmeno “October Dance” fu accolta con entusiasmo da Chi Di Dovere, ma noi allora non eravamo certo quelli che vanno facilmente in depressione, e fu così che mi rimisi al lavoro nello stesso identico modo e ne nacque, qualche giorno dopo, “Uranium Girl”.

Per quasi quattro anni “October Dance” se ne è stata buona buona zitta a languire in un cassetto, raggiunta nella sua ignavia da una caterva di altri brani Dance da noi scritti negli anni (tanto per la precisione, oltre a “Uranium Girl”, “Heartbeat“, “Steal My Breath” – che nel 2007 è diventata “Coco” -, “Blatant Lies” (originariamente brano R’n'B scritto con Alby Grassigli), “Revolution“, “Music Around Me“, “Touch My Love“, “Come On Come On“, “Come On Come On Part II“, “All Around” – confluite nel 2007 a formare un solo brano, dal titolo “Welcome To The Bitch” – “White 7“, “Don’t Wake Me Up“, “Dee One” ed “Ego Bis“), finché, esattamente nel Maggio 2006, non mi sono deciso a reinciderla daccapo e a renderla giustizia.
L’attuale versione di “October Dance” è se possibile ancor più elegante e signorile dell’originale, e probabilmente ancor più Dance; l’unica grossa differenza compare a 2:38 dall’inizio, dove al posto del noioso finale di quattro anni prima ho deciso di mettere una delle mie più acide sequenze di accordi ed un funzionalissimo intreccio tra la melodia della strofa e quella del ritornello, il tutto punteggiato da un synth suonato all’impazzata, con mio sommo divertimento. Il risultato finale mi soddisfece davvero tanto, anche se sapevo che sarebbe stato giudicato “troppo Acid Jazz”, frase (tipica dell’eloquio della mia Socia) ….che di per sé non vuole dire nulla. Chiariamoci serenamente: che cosa vuole dire che un brano è “troppo Acid Jazz“? E’ come dire che “La Cumparsita” è “troppo Tango”. E’ come mangiare una bistecca di cavallo e dire: “troppe proteine”. Fra l’altro, c’è gente che con l’Acid Jazz ci ha fatto i milioni, quindi perché disprezzare un genere musicale che ha sempre fatto della qualità la sua risorsa numero 1? Bah. Cose che non capirò mai. Mai.

Qual è quindi il destino di “October Dance”?

Lo stesso di tutti i brani nominati nei precedenti episodi di questo blog. Ma conto di riesumare il brano non appena si ripresenterà l’idea – già accarezzata più volte, e non dal sottoscritto – di intraprendere il lavoro su un progetto francamente Dance o che includa questo genere. “October Dance” è un brano che considero fieno in cascina, e se Dio vorrà prima o poi risorgerà dall’ignavia e dalla puzza di chiuso di tutti i cassetti in cui ha giaciuto – non per mia volontà – fin ora.  Anche se, beninteso, è “troppo Acid Jazz”.

XCI

February 24th, 2010
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Si era definita “una donna molto provocante”. Aveva ragione. Provocava il vomito.

Dal Cantiere, 24.02.10

February 24th, 2010
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All Again” funziona da matti, ma è troppo lunga. Di potare il finale, non se ne parla. Potrei segare via la seconda strofa, quella prima del primo ritornello, o forse renderla più interessante con altri strumentini e loopettini.

Hail Mary” è stata portata a 240 bpm, e le otto tracce di percussioni e batterie sono d’una potenza immane. Ora non mi resta che creare un crescendo pazzesco in due soli minuti. Urge quindi un’orchestra di ottantotto elementi, una serie di chitarre effettate e magari anche un coro gregoriano. E che ci vuole?

A “A Claim Of Love” manca ancora qualcosa. Un middle eight, probabilmente. E lì sono dolori, perché non penso che S abbia la minima intenzione di rimettersi a lavorare su vecchi pezzi, ancorché belli come questo. E non ha tutti i torti.

Ancient Pictures“, risalente a un annetto fa, ha – caso unico nel nostro repertorio – una lunga introduzione strumentale (probabilmente fu scritta per il Progetto “C”), che volentieri accorcerei, se non altro perché così com’è essa rivela in toto il ritornello, togliendo un po’ di effetto sorpresa, anche perché in questo brano strofa e ritornello appartengono a mondi totalmente differenti. A parte quello, rifare il piano (e quello, è deciso, lo suono – la mano destra mi funziona!) e soprattutto i corni francesi, che nella versione attuale sono proprio bruttini.

Cercando“. E’ quasi perfetta, necessita solo di un mixaggio come si deve.

XC

February 23rd, 2010
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Ma Lou Bega è parente di Joe Minchia e di Frank Padulo?

7) “Ognuno E’”

February 22nd, 2010
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Interamente scritto dalla mia Proba Socia, “Ognuno E’” è il brano che – sempre che ce ne sia stato bisogno – diede piena conferma dell’impressionante empatia sussistente fra me e lei. Esattamente nei giorni in cui ci arrabattavamo a capire cosa fare di “Sometimes” e “The Edge Of My Mind” (Autunno 2002), lei mi disse che c’era un suo vecchio brano che non aveva mai avuto modo di incidere, e me lo cantò. Mentre cantava, io capii al volo tutta l’armonia del brano, nonostante questo subisse incredibili cambi di tonalità dall’inizio alla fine (la qual cosa, come vedrete, rappresentò un grosso problema alla fine del 2007 quando ci fu espressamente chiesto di riscrivere un nuovo ritornello: abolito quello vecchio, la differenza di tonalità tra le successive strofe si è rivelata quasi insormontabile).
Passarono alcuni giorni e, qui ai Genius Studios (l’eMac di S era nelle capaci mani di Daria di Melavoglio, poiché era morta la scheda video) incidemmo una sagace parte strumentale (io) e una sapida parte vocale con cori arzigogoli pennacchi e campanelli (lei) che, pur nei limiti del nostro sound di allora (capiamoci: tutto in audio su Nuendo 1.25 su Mac OS 9.2.2), ci soddisfece alquanto.
La reazione di Chi Di Dovere nei riguardi del brano non fu di enorme entusiasmo, ma a noi non importò gran che: stavamo rendendo sempre più coesa la nostra musicale societas, giorno dopo giorno. In quegli stessi giorni scrissi un testo per “Ognuno E’”, ma il fatto che stavamo lavorando ad ulteriori brani (”Uranium Girl” e “Time“, mica pive) pose la questione “Ognuno E’” in secondo piano, e del brano non si parlò più fino all’Estate del 2004.

Nell’Estate 2004 (erano i giorni in cui io e S frequentavamo i corsi intensivi di Inglese dell’Anglo American School) parve che il progetto dell’atteso album di S prendesse una definitiva piega, e all’improvviso tornò in auge “Ognuno E’”: ricevemmo l’ordine di cambiare la risoluzione finale del ritornello, in cui il cantato era un elegante ma forse non eccessivamente geniale “Ah baby ah baby ah baby” (ok, ok, il finto Inglese forse nuoce ai brani, ma chi ce lo fa fare di scrivere testi a brani che non hanno ufficialmente ricevuto un placet?) che cambiammo in una melodia più incisiva e sorridente.
A questo punto reincisi il brano daccapo, perché nel frattempo erano arrivate grandi novità informatiche in entrambi gli studios (Mac OS X, Reason, Nuendo 2, Digital Performer e le relative impressionanti “banche suoni”, mica cavoli) ed il suono del 2002 ci pareva piuttosto orrendo e riprovevole: per me fu una gioia reincidere “Ognuno E’” con cori di monaci tibetani (a John Lennon sarebbero piaciuti) e, toh, niente piano ma due o tre synth ben amalgamati – in culo a chi dice che faccio arrangiamenti tutti uguali, pfui – S cantò il brano in maniera ancor più magistrale ed ispirata del 2002 e tutti contenti, sì, ma poi nuovo oblio per “Ognuno E’”, la cui eleganza è fuori discussione ma evidentemente manca di “fruibilità”.
Si riparlò di “Ognuno E’” nell’Autunno 2007 quando, affacciandosi nelle nostre vite il “Progetto F” (altra bufala senza ragion d’essere), tentammo per ben due volte di riscrivere un ritornello, creando così due versioni alternative del brano.
La prima, in cui sostituimmo l’originale ritornello con qualcosa di eccessivamente diverso e sulla quale impazzimmo per trovare una sequenza di accordi con relativa melodia per lasciare le strofe nell’inusitata antica tonalità, ci piacque così così, mentre la seconda (nella quale segammo via metà della seconda parte del brano) ci aggradò un po’ di più, ma nessuna delle due riuscì ad essere migliore di quella del 2002. Così, anziché rimetterci all’opera e scriverne una terza, decidemmo di lasciar perdere, ma per motivi diversi: S decise ciò per una sensazione di immensa stanchezza nei confronti del fatto stesso di riscrivere i brani, cosa che ha sortito grandi risultati solo quando la versione originale era una vera schifezza (”Julia” e “Oh My God I’ve Got A Job“); io decisi ciò perché continuavo (e tuttora continuo) a preferire l’originale del 2002. Ed entrambi decidemmo ciò dicendo: beh, se non vanno bene queste due nuove versioni, facciamo prima a scrivere un brano nuovo di trinca.

Ergo, qual è il destino di questo brano?

Ah, saperlo. Io personalmente, e spero con questo di non offendere nessuno, spero che le due recenti versioni non vengano prese in considerazione per alcun uso. Lo dico perché l’originale del 2002 – con i miglioramenti del 2004 – mi è rimasto dentro a tal punto che non riesco assolutamente a concepire che il brano possa essere diverso da come l’ho imparato e vissuto in tutti questi anni.
Fra l’altro, dico ciò contro il mio interesse, perché, malgrado la promessa di “punti SIAE” (non sono punti ma ventiquattresimi ma va beh) di S, il brano originale è comunque suo, mentre le versioni recenti sono nostre.
Probabilmente “Ognuno E’” rimarrà per sempre inedito e di valore storico per me, S e pochi intimi. Peccato.

LXXXIX

February 20th, 2010
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Ogni anno, ogni donna invecchia un anno e mezzo. E questo spiega molte cose.