Autunno 2002: all’improvviso subentrarono altri impegni. La stessa S che aveva voluto lavorare tutti i giorni, probabilmente visti i ragguardevoli risultati, si dedicò per qualche tempo alla sua attività live con la sua Acoustic Family, che andai ad ascoltare varie volte e alle cui prove fui spesso presente, e alla tv, apparendo in un programma mediaset.
Fu lì che lei incontrò L’Amico Di Tutti. Un tipo di qualche talento ma dalla personalità grandemente problematica, di quelli che, se fai attenzione a quel che dicono, appaiono totalmente incapaci di parlarti bene di qualcuno: è come se per contratto fossero o si sentissero obbligati a sparare merda su chiunque: “Quello è uno stronzo, quell’altro è uno scemo, quella è una troia, quell’altra è una deficiente, etc etc“. E va beh, cavoli suoi, pensai. Lui agli inizi fece di tutto per farmisi amico, poi quando si rese conto che sì, gli davo corda ma in realtà lo ostacolavo nei suoi miserrimi propositi, iniziò pian piano a denigrarmi agli occhi di S, a trattarmi a pesci in faccia. Se per lui, quindi, nei primi tempi il “mondo” della mia Socia era stato una terra da conquista (qualcuno ha detto che per conquistare una donna devi anche conquistare i suoi parenti e amici, ma secondo me è una cazzata), al punto tale che L’Amico arrivò a scrivere un testo in Italiano (bruttissimo, peraltro – io però mi guardai bene dal dirglielo) per “The Edge Of My Mind“, visto e considerato che il fare S musica con me era un ostacolo ai suoi desideri, da un certo momento in poi io divenni il suo Nemico Numero Uno. Da allora costui si mise a fare di tutto, di più perché S smettesse di fare musica con me. E S, che non è scema, gli rispose sempre a pernacchie e mostrando il dito medio della mano destra. Furono litigi e strepiti tra i due, quasi ogni settimana, ogni volta che lui si ripresentava a proporle progetti musicali ancora più improbabili e campati per aria del già citato “Progetto China” (vedi “Heartbeat“).
Insomma, grazie all’Amico Di Tutti (ora credo che sia chiaro perché lo chiamo così
), da un momento all’altro il nostro lavoro si rarefece. E non fu solo lui motivo di disturbo e di interruzione della creazione del nostro repertorio, dopo un po’ arrivò anche, con idee ancora più balzane, la Regista – ma di lei parlerò in un altro post – e, dulcis in fundo, anche i due Artisti Modenesi che sì, avevano fatto fino a quel momento un proficuo lavoro assieme a S, ma che da quel momento in poi non produssero più nulla né di interessante né di monetariamente utile.
Dovendo vendere la sua merce (finta) per avere altra merce (vera, chi ha capito ha capito), l’Amico Di Tutti intraprese quindi il suo tentativo di allontanare S dal sottoscritto, e da quel momento in poi per portarle un brano da cantare o per finirne un altro, dovetti infilarmi in un’agenda che lui aveva cominciato a riempire d’altro. In una di queste occasioni, portai a S un pezzillo in stile Acid Jazz, che alla fine prese il nome di “November“.
Due considerazioni da fare: siccome alcuni dei brani proposti fino a quel momento a S erano stati considerati troppo Acid Jazz (frase senza senso, come già ho detto in un altro post: è come dire che in “Yesterday” ci sono troppi violini, e anche se interpretata come troppo Acid Jazz per S è un nonsenso comunque: la mia Socia può cantare qualunque cosa e scrivere brani in qualunque stile, dal Pop alla Tarantella -> è successo davvero, vedi “Giudicare“), perché mai ho proposto un brano Acid Jazz a S? Perché già allora le disposizioni emanate dall’alto, proprio perché filtrate attraverso la mia volonterosa – ma mai molto brava a spiegarsi – Socia, erano fumose, vaghe, scarsamente convinte e motivate, spesso lacunose o riferentisi a modelli molto ma molto vaghi, come quella volta che disse “Io e L’Amico Di Tutti abbiamo scritto un pezzo in stile Moby, ascolta qua“. Ascoltai il pezzo (e io di Moby ho tutti i CD) e di Moby non ci trovai un bel niente, neanche un’unghia incarnita.
Siccome le disposizioni sul da farsi erano vaghe, io decisi scientemente di essere me stesso e di scrivere quel cazzo che mi pareva. Ecco perché portai “November” a S: come già per “Uranium Girl” e “Dance Ottobre“, io avevo scritto una base completa, a lei il compito di scriverne la melodia. In poche ore una S che non aveva dormito la notte precedente per lavorare con i due Artisti Modenesi (quelli già descritti nel post su “Heartbeat”) confezionò un gioiellino in stile Incognito che piacque molto a entrambi.
Ovviamente, quando arrivò il responso dall’Alto, fu: “Non è adatto“, ma io nel frattempo avevo già fatto il callo ai Grandi Rifiuti, e per un bel pezzo questo fu di stimolo a insistere, a darci dentro: non tanto con l’Acid Jazz, quanto ad aumentare gli orizzonti del mio – poco o molto che sia – talento compositivo: nel tempo, produssi un’infinità di brani in un’infinità di stili, dal Pop al Rock, dal Jazz alla House più pesante, dalla Fusion al Valzer Lento, dal Tango alla Filuzzi alla Drum’n'Bass, e, badate bene, a tutt’oggi devo ancora portare molti di questi brani (di cui vari completi, con melodia testo e tutto) a S. Non perché non ce ne sia stata l’occasione, ma perché – come già allora intuii – non c’è nessuna fretta. Da un certo punto di vista, qualcosa allora mi diceva che avrei dovuto aspettare, aspettare, aspettare.
“November” se ne rimase lì buona ed aspettò fino al Marzo 2007, quando, nel mio mai indugiante desiderio di dare nuova vita e nuova forma ad ognuno dei nostri figliuoli musicali, decisi di riarrangiare e suonare daccapo il brano, rendendolo se possibile ancor più BlueyMaunickiano di quanto non fosse stato già nella mia mente quattro anni e mezzo prima. Esagerai grandemente, infarcendo “November” con una parte di basso che probabilmente non avrebbe stonato in alcuni dei brani di “Positivity“, con synth ed archi come Zio comanda e, per la prima volta, costruendo nuovi cori trattando quelli originali incisi da S nel Novembre 2002 con un vuessetì dal nome Melodyne. All’ascolto, mi si aprì sul viso un sorriso da orecchio a orecchio, perché sapevo che “November” era uno di quei brani che non dovrebbero mai venire gettati in un cassetto e lasciati lì a marcire con vile e vergognosa ignominia.
Pieno di entusiasmo, alla prima occasione portai a Chi Di Dovere un CD col brano, e con mia grande sorpresa trovai una S che diceva “No, dai, lo ascoltiamo un’altra volta“. Io me la presi tantissimo, feci la faccia feroce ed ottenni che il brano venisse ascoltato. Una volta tanto, aveva ragione lei, non era il momento adatto per proporlo, ma avevo dentro un fuoco sacerrimo (no, il VZV non c’entra – se avete capito questa, potete proseguire la lettura del blog), l’orgoglio di sapere di avere fatto un buon lavoro, di avere riportato in vita un brano che, se non fosse stato per me, sarebbe rimasto nell’ignava veste del 2002. Ora, a mente fredda, penso: magra soddisfazione, ma quella sera io ero lì solo ed esclusivamente perché quel CD con quel brano fosse messo nel lettore e fatto suonare a tutto volume. Non servì a un cazzo, così come non servì un cazzo ascoltare anche un altro brano, scritto pochi giorni prima, rimesso a posto e riportato a nuova vita. Eppure entrambi erano semplicemente ragguardevoli, impossibile ignorarli.
No, in realtà ignorarli era possibilissimo, perché, con mio sommo dispiacere, fu proprio ciò che accadde, e fu un altro piccolo dolore scoprire che la stessa S si era totalmente dimenticata dell’esistenza del brano.
In quegli stessi giorni della Primavera 2007 cominciai a chiedermi se davvero valesse la pena passare tante ore a ridare nuova veste e nuova vita a brani già scartati. Da un lato, mi era stato detto – e me lo era stato detto chiaramente, senza possibilità di fraintendimento alcuno – che tutto può servire, tutto può avere una collocazione. Dall’altro, era un lavoro che solo in un caso aveva portato a qualcosa: parlo di “Time“, riconsiderata proprio grazie al mio riarrangiamento (messa, come abbiamo visto qualche post fa, nelle mani dell’Arranger nel 2004 e poi posta nel dimenticatoio, fu di lì a poco – Estate 2007 – riportata in auge per il “Progetto C“, per poi venirne estirpata definitivamente).
Che ne è, quindi, di “Novembre”?
E’ in un cassetto, e probabilmente nessuno avrà mai voglia di tirarla fuori, forse nemmeno io, che ora come ora ho sentimenti fortemente contrastanti nei suoi riguardi.
All’ascolto, talvolta mi appare come un affascinante pezzillo che sarebbe un peccato mortale buttare vita, talvolta come una cacatina che – al massimo della gentilezza – può essere definita come caruccia ma nulla di più. Questo è perché nel frattempo, istigato da altri, ho iniziato, ahimé, a distaccarmi dalla mia stessa musica.
Ho smesso insomma di affezionarmi ai brani nuovi e cominciato a disaffezionarmi a quelli vecchi. E l’ho fatto per due motivi: il primo è per salvaguardare me stesso da delusioni e tristezze infinite: continuando a considerare le canzoni come figlie mie, avrei avuto ed avrei nel cuore un eterno tumulto e un acre dolore tutti i giorni della mia vita, per tutta una serie di validi motivi che sarebbe qui deleterio e deprimente elencare.
Secondo motivo, per essere dei veri professionisti bisogna essere quanto più freddi e calcolatori possibile; la consegna, per il professionista, è scrivere a comando, lasciare da qualche altra parte il cuore, la passione, l’ispirazione. Professionismo, a quanto pare, è: siediti alla tastiera e scrivi, punto. Mestiere, puro mestiere, senza cuore e senza anima. E se poi proprio sale dal cuore l’ispirazione per un pezzo pieno d’anima, tenerselo per sé e dedicarlo alla morosa, amen.
Chi avrebbe mai pensato che io potessi mai dire una cosa del genere, eh? Eppure questo è ciò che ho imparato in questi anni. La musica è merce. E’ un prodotto da vendere. Punto. Ok, intristitevi pure.